Compos Mentis

Arne Weinberg

Prima ancora di essere un musicista, Arne Weinberg è un vero amante della musica. Non importa se metal o elettronica. Da adolescente, il suo di partenza sono stati i Depeche Mode, ma il suo desiderio di approfondire, conoscere, scoprire sonorità e farle proprie lo ha spinto a cercarle altrove, oltre i negozi di dischi e persino oltre i locali da frequentare. Dapprima dj, poi produttore, un continuo caleidoscopio di generi tra il proprio scaffale e la propria testa. Non ha mai scelto la strada dei compromessi, si è trasferito a Glasgow per inseguire nuove traiettorie oscure.

Echi ambient, la lezione dei Kraftwerk, i suggerimenti dei Drexciya e l’esperienza dub come Onmutu Mechanicks, in coppia con l’amico Niko Tzoukmanis. I due alias Tangula e Valanx le nuove incarnazioni soniche. Anche in questo caso la riconoscenza nei confronti di Detroit non è mai venuta meno, eppure Arne Weinberg ha sentito il bisogno di prendere le distanze persino dalle sonorità di quella scena, scegliendo vie sonore differenti, dedicando molto tempo alla propria attività in studio, un processo che lo coinvolge emotivamente, talvolta spaventandolo.

L’artista tedesco è, inoltre, abbastanza critico nei confronti dell’industria musicale. Non è stato casuale la chiusura della sua prima etichetta, la AW-Recordings, e neppure l’avvio della diametric., con una struttura base snella ed edizioni limitate di act internazionali o emergenti. Nel corso dell’intervista, il produttore svela alcune curiosità, ad esempio, com’è entrato in contatto con gli artisti del suo nuovo catalogo, le influenze passate e presenti, quel complesso rapporto con la terra natia, o come abbia messo da parte il suo ego, riscoprendo la voglia di comporre.

Sei di nazionalità tedesca, ma vivi a Glasgow dall’inizio del 2008. Perché hai scelto di lasciare la Germania? Che cosa ti ha spinto fino in Scozia?

Sì, sono tedesco. Io e mia moglie abbiamo lasciato la Germania nel 2008, perché ci sentivamo imprigionati lì. Non ci siamo mai sentiti a casa e il modo di vivere la vita di tutti i giorni in Germania è molto diverso da quello proprio in Gran Bretagna. In Scozia c’è più libertà per l’individuo nella società. Le Highlands sono un magnifico pezzo di terra ed è meraviglioso poter essere a contatto con natura così facilmente. Inoltre, Glasgow è anche una grande città e se ci si può addentrare in tutti i tipi di musica, arte e cultura.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Ne sono sempre stato un fanatico. Il mio primo amore sono stati i Depeche Mode. Avevo dieci anni. Ho comprato tutto quello che sono riuscito a trovare, collezionavo i manifesti e le solite reliquie sulle quali i fan sognano di poter mettere le mani. Da lì in poi, il mio percorso musicale è iniziato. Quando scoprii la techno nel 1995, e iniziai a esibirmi come dj, fu una soddisfazione. Almeno fino al 1999. In quel momento, mi sono reso conto che non mi bastava più suonare la musica di altre persone, perché volevo realizzare le mie sonorità. È stato un passaggio logico trasformarmi in produttore.

Hai uno o più dischi che ritieni siano assolutamente da ascoltare?

Ce ne sono tanti, è difficile citarne solo uno. Se dovessi decidere quale album mi porterei su una remota isola, direi “Disintegration” (1989), un classico firmato The Cure. Se potessi prenderne di più, allora includerei alcuni dischi dei Depeche Mode, un po’ di prog rock degli anni Settanta e un mucchio di album ambient di Robert Rich e Steve Roach.

Hai ascoltato dal metal all’hip hop, scoprendo più tardi la musica elettronica. Quali sono gli artisti che ti hanno davvero influenzato in passato?

Sono impazzito per il death metal per alcuni anni e quello che mi piace ancora oggi di questo tipo di musica è il suo lato oscuro e malinconico, in particolare i gruppi scandinavi sono maestri quando si tratta di creare atmosfera. Questa sensazione ha avuto un forte impatto su di me in termini sonori. Non mi sono mai appassionato alla musica felice, sono sempre stato attratto dal buio e dalla componente spirituale. Oggi, le mie influenze sono più ampie. Ho scoperto un sacco di gruppi prog. Ascolto dischi del genere e sono interessato anche alle opere di Opeth, OM, Porcupine Tree o Crippled Black Phoenix e così via. Da un punto di vista ‘elettronico’, mi piacciono diversi act sperimentali come, ad esempio, Demdike Stare, Adam X, Haxan Cloak, Raime e così via.

E i Kraftwerk?

“Computer World” (1981) e “Radioactivity” (1975) sono i miei album preferiti. I Kraftwerk sono stati una parte importante della storia dell’elettronica, hanno dato vita a una musica con un certo ‘appeal’ per la massa, che è la cosa più difficile da fare. Nonostante ciò, non sono, in realtà, uno degli irriducibili del quartetto. Spesso, è divertente vedere persone che si professano fan dei Kraftwerk fin dalla loro infanzia. È in qualche modo un luogo comune, o alla moda, sostenere di averli ascoltati da ragazzino.

Dieci anni dopo la scomparsa di James Stinson, che cosa ti ha lasciato in eredità un progetto come quello del duo Drexciya? Quali sono i tuoi ricordi in merito?

Drexciya è un nome sempre speciale e rimarrà uno degli gruppi più importanti della musica elettronica. Credo che siano altrettanto importanti quanto i Kraftwerk. Così come tutti coloro davvero interessati all’electro, sono anche io un grande fan dei Drexciya. Sono felice che la Clone Records stampi una serie di compilation e ne mantenga viva l’eredità. Non ho mai avuto alcun contatto con James Stinson, quindi, non posso davvero rapportarmi a lui come persona, ma la sua musica è sempre dentro di me.

Quanto sei ‘dipendente’ dalla musica?

Ne sono dipendente. Penso che morirei se diventassi sordo. Ho bisogno di comprare nuova musica almeno ogni due settimane, se non più spesso. Ascolto una gamma ampia di generi, quindi ce n’è tanta entusiasmante in circolazione per il sottoscritto.

Hai iniziato a produrre sin dai primi anni del nuovo millennio: basti pensare a una release come “Snowflake” (2001) su Ground Zero, etichetta poi rinominata Keynote dopo l’11 settembre. Chi era quel giovane dj chiamato Arne Weinberg?

Ero molto emozionato e anche ambizioso. Sognavo di poter fare una vita da dj e di produrre dischi. Tutto era nuovo ed eccitante. Non dimenticherò mai il giorno in cui ho avuto il primo disco a mio nome tra le mani. Fu un momento speciale. Nel corso degli anni, sono cresciuto tenendo a mente i miei sogni. La dura realtà del business musicale è stata, però, un brusco campanello d’allarme, perché mi sono conto che non avrei potuto raggiungere i miei obiettivi senza fare compromessi.

Correvo il rischio di diventare anche io una sorta di ‘leccapiedi’. Non ho mai pensato di diventare il beniamino di tutti per raggranellare date di concerti o per raggiungere accordi sui dischi da stampare. Semmai ho sempre esposto il mio onesto parere, anche se non era popolare. Per questo motivo, non sono mai stato in grado di guadagnarmi da vivere attraverso la mia musica. Questo è probabilmente il fatto perché un sacco di gente non capisce la mia musica e le emozioni che sono al suo interno.

Il passo successivo è stato fare qualcosa con Niko Tzoukmanis come Onmutu Mechanicks, un progetto differente, il cui obiettivo era creare musica con una certa profondità senza seguire le regole delle strutture ritmiche. Niko Tzoukmanis ha collaborato con te tra 2006 e 2007, dopodiché Onmutu Mechanicks è diventato un altro dei tuoi alias. Che cosa hai imparato da questa esperienza di coppia?

Niko Tzoukmanis è ancora uno dei miei migliori amici e ho grande rispetto per lui. Ha molto talento ed è un mago quando si tratta di melodie. Onmutu Mechanicks è iniziato in modo divertente. Abbiamo realizzato un sacco di brani melodici ‘downbeat’. A causa di alcuni motivi personali, c’è stato un momento difficile, in cui abbiamo preso strade diverse per un paio di anni e così il monicker Onmutu Mechanicks è stato sepolto fino a quando l’ho riattivato e usato come piattaforma per release dub techno. Ho imparato un bel po’ di teoria musicale da lui, in particolare sugli accordi e le loro progressioni.

All’epoca, in che modo ti relazionavi alle varie etichette? Eri tu a contattarle?

Durante quel periodo, ho cercato di rilasciare la mia musica al massimo, inviando numerosi demo. Mi sono calmato quando ho avviato la mia etichetta e, da allora, ho pubblicato di meno altrove. È sempre stato importante sentirmi a mio agio nel rilasciare un certo disco su una specifica label. Di recente, sono stato contattato da più di una soprattutto per realizzare remix. Non ricordo di aver inviato demo negli ultimi anni.

Più tardi nella tua carriera, hai attivato altri due diversi pseudonimi, cioè Tangula e Valanx per alcuni 12” e un cd su diametric. Perché hai scelto tali strani soprannomi? In che modo questi ti hanno aiutare a lanciare le tue release?

Tangula è un po’ più minimalista e risente un po’ di una certa influenza industrial. Si tratta di un oscuro e sinistro monicker techno ed electro. Non ho fatto molto granché di nuovo come Tangula di recente, perché mi concentro molto su Valanx. In futuro, due tracce di Tangula saranno rilasciate su Abstract Forms, ma non ho altri dettagli.

Valanx è il nome che mi fa sentire a mio agio. È la forma più pura di me e le release di quell’alias suonano esattamente come voglio che suonino, senza preoccupazioni per le vendite o la loro popolarità. È un progetto assolutamente puro. Per quanto riguarda la scelta di Tangula e Valanx, mi piaceva il suono delle parole e ciò era fondamentale.

Dopo due album, “Path Of The Gods” (2007) e “Alpha & Omega” (2009), entrambi su AW-Recordings, e svariati vinili, hai affermato che era “il momento di chiudere il capitolo” e di non rilasciare più nulla con il tuo vero nome e in orbita Detroit techno. Quanto hai lavorato su questi album? Erano un punto di arrivo? E, a questo punto, che cosa c’è che non va con il tuo nome?

Avevo la sensazione che, se avessi continuato a lavorare sulla Detroit techno, avrei perso la mia credibilità, perché mi ero reso conto che, in realtà, non sentivo più mia questa musica. Non ero più io. Così, dopo alcuni mesi a pensare, ho deciso di fare questo passo radicale. Volevo darci un taglio, chiudere con il passato. Sono abbastanza orgoglioso della maggior parte del mio lavoro firmato come Arne Weinberg.

Eppure, dovevo andare avanti e creare per me questo nuovo ‘parco giochi’ chiamato Valanx. I due album sono stati molto importanti, credo che presentino le migliori tracce techno ed electro che abbia mai realizzato. Entrambi sono stati prodotti in tempi brevi, circa sei mesi ciascuno, e mi richiesero un grande sforzo di concentrazione. Non c’è niente di sbagliato con il mio vero nome, ma era giunto il momento per un taglio netto.

La diametric. e la sua filosofia, basata sull’amore per la musica non collegata all’egocentrismo di molti ‘artisti’, rappresentano il tuo nuovo inizio?

Non si è trattato di un nuovo inizio per la musica che già finalizzavo allora. In realtà, ciò è accaduto poco dopo. La diametric. è la label che ha preso il posto della AW-Recordings, ora a riposo. Ho sempre pensato che un’etichetta non dovrebbe mai riguardare i superficiali viaggi dell’io di produttori o dj costantemente in cerca di fama.

Ciò non significa che abbia un problema con le realtà che hanno avuto successo, ma non mi piace il voler avviare un’attività per diventare famosi e guadagnare soldi quali prima priorità. Quando ho fondato la diametric. ero arrabbiato per questo motivo. Ho rilasciato una dichiarazione chiara su cosa avessi intenzione di fare con la nuova piattaforma.

Hai mai pensato che alcune release su AW-Recordings avrebbero potuto in qualche modo, riflettere anche tendenze e hype?

Nessuna release sulla vecchia etichetta ha seguito tendenze o hype. Ho prodotto ciò che mi piaceva. La gestione della diametric. è più flessibile, sono più indipendente rispetto alla AW-Recordings, perché l’apparato dietro la label è piccolo e il processo di produzione e di distribuzione è molto facile da gestire. Inoltre, finanziariamente sono in grado di prendermi più rischi con le uscite che potrebbero non vendere tanto bene.

Ho chiuso la AW-Recordings perché ero infelice a causa di attriti con la mia distribuzione. Dopodiché, il mercato mi ha quasi dettato quelle che sarebbero state le mie mosse. Mi ero concentrato sulle vendite e il denaro, piuttosto che del godere della gestione di un’etichetta. Con diametric. sono stato in grado di impostare la label come desideravo e, infatti, funziona meglio sia sul piano finanziario che su quello artistico.

La AW-Recordings è stata una grande etichetta con release di assoluto valore. C’è da aspettarsi un suo ritorno, magari, con una qualche compilation?

Credo che non succederà, comunque, mai dire mai.

In che modo ti comporti quando ricevi demo per diametric.? Ci sono artisti con cui sogni di avviare una qualche forma di collaborazione?

Non ricevo molti demo. Oggi la maggior parte delle persone che inviano un demo non sono disposti a impegnarsi con esso. Nella maggior parte dei casi si riceve una mail, indirizzata a molte etichette, in cui è presente un link per Soundcloud. Tutto qui. Non mi prendo nemmeno la briga di ascoltare quella roba, perché l’altra persona non sembra essere disposta a sforzarsi nemmeno un po’ per promuoverla al meglio.

Di tanto in tanto, ricevo cose interessanti e, se mi piacciono davvero, mi metto in contatto con l’artista e discuto con lui dell’eventuale release. Stesso discorso nel caso di collaborazioni. In verità, non ci penso più di tanto, perché ammetto di essere un partner da studio un po’ difficile. Per questo motivo, preferisco lavorare da solo sulla musica. Mi piacerebbe vedere Robert Rich a lavoro in studio. Credo che potrei imparare molto soltanto sedendomi e guardandolo all’opera.

La nuova etichetta è nota per aver ospitato le produzioni curate da Optic Nerve, FBK, Morphology, Mind Over MIDI e Ophion: chi sarà il prossimo?

Prossimamente, sarà stampato il secondo album di Mind Over MIDI. Dopo di che ci sarà un 12” di John Shima che mi ricorda un sacco dei B12, di Stasis e di vecchi materiali griffati As One. Subito dopo, un altro singolo, un progetto chiamato Aksutique con un remix Valanx. Sarà una release molto deep, molto dub. Credo, poi, che pubblicherò un 12” del giapponese Imugem Orihasam. Lui mi ha mandato alcuni brani davvero cool che sono, in qualche modo, a metà strada tra techno e folle sperimentalismo. E, ultimo ma non meno importante, il secondo album a nome Valanx.

Come sei entrato in contatto con Optic Nerve e il duo Morphology? In base a quale criterio hai scelto le tracce di ogni release su diametric.?

Keith Tucker, od Optic Nerve, è stato uno dei miei più grandi eroi della Detroit più electro. Così, quando ha suonato a Glasgow qualche anno fa, sono semplicemente andato da lui e gli ho chiesto dei brani. Per fortuna, gli è piaciuto il concetto di etichetta e ha, addirittura, accettato di concedermi due release. Spero che ce ne saranno altre in futuro. Sono entrato in contatto con la maggior parte degli artisti attraverso Internet. A volte, chiedo loro se sono interessati. Conoscevo i Morphology prima che i due iniziassero a fare musica e, da tempo, siamo ormai buoni amici. Ho sempre scelto brani da artisti che mi piacevano. Semplice. E ho cercato di pubblicarli.

In che modo la Germania e la Scozia hanno influenzato la tua visione musicale?

Sono stato a lungo influenzato dalle sonorità made in United Kingdom. Artisti come B12, Stasis, The Black Dog, o etichette come Likemind, Warp Records o New Electronica, hanno avuto un forte ascendente su di me. Per quanto riguarda il sound proveniente dalla Germania, è evidente il genio di certi artisti tedeschi, ad esempio i Basic Channel, ma dal mio Paese sono state diffuse anche numerose release di dubbio gusto.

Naturalmente, ce ne sono tante provenienti da tutto il mondo ma, in un certo senso, ho sempre pensato che la Germania sia più responsabile di ciò che è accaduto nel mondo della musica elettronica rispetto altri Stati. Ne sono convinto perché ho vissuto lì. In passato l’America, e soprattutto la scena di Detroit, hanno avuto su di me un’influenza decisamente più grande mentre, in tutta onestà, oggi non esercitano più lo stesso ruolo.

Un brano come “Leviathan” (2007), su AW-Recordings, è essere perfetto per un film sci-fi. Come sei riuscito a differenziare così tanto il tuo sound?

Sono orgoglioso che la mia musica suoni differente alle orecchie altrui. Tutto è stato un viaggio spontaneo. Non penso ad alcuno stile quando compongo in studio. Non c’è molto da decidere nel momento in cui inizio a lavorare su qualcosa di nuovo. Tutti i generi sono parte del mio background. E non c’è alcuna presunzione, o ambizione di sorta, in me.

Ancora una volta, questo è il motivo per cui non sono in grado di produrre tracce techno come ero solito fare. Una simile circostanza non fa più parte di me, o almeno non in questo momento. Credo che un fattore importante sia anche che ho maturato un più ampio spettro musicale, in termini di qualità e di ascolto. Ciò apre la mente.

Quanto tempo trascorri nel tuo studio?

Cerco di passare più tempo possibile in studio. Per lo più durante il fine settimana e, se sono in grado, la sera dopo il lavoro. A volte, mi deprime colpendomi come un enorme mattone, poiché faccio fatica ad accendere l’apparecchiatura. A volte, ho paura di fare musica. Si tratta di un processo enorme, almeno per il sottoscritto. A volte, è come dare alla luce a un bambino, nonostante non sappia quanto doloroso possa essere. Quando non trascorro del tempo in studio, sono colto da quei demoni che mi spaventano. Credo che sia perché, anche dopo più di dieci anni, ancora non riesco a credere che abbia il dono di produrre la mia musica. La mia autostima è bassa.

Quando hai deciso di fare i tuoi primi tentativi da produttore, eri in possesso solo di un computer e, ben presto, ti sei reso conto che avevi bisogno di altro per esprimere la tua creatività. Quali sono, invece, i tuoi strumenti ora?

Cambiano continuamente. Ho appena avviato il mio primo sistema modulare analogico ed è assolutamente incredibile. M’ispira molto. Ero solito essere un vero difensore dell’hardcore rispetto la sola apparecchiatura, non utilizzando nessun software in studio. Pochi anni fa ho cambiato il mio modus operandi. Mi piace ancora mettere le mani sulla mia attrezzatura ma, con mia grande sorpresa, ho avuto la fortuna di trovare un software incredibile, con cui è possibile ottenere cose impensabili con il mio hardware. Cerco di ricorrere al meglio di entrambi i mondi, analogico e digitale. Utilizzo ancora apparecchiature come Roland JD-800 e Roland TR-606 e altre che ho da molto tempo, tipo Kurzweil K2000, Acidlab Miami e Ensoniq Fizmo, solo per citarne alcune.

Dopo più di un decennio nel mondo della musica, diversi singoli e album, ti aspettavi così tante recensioni positive su di te e sulla tua musica?

Mi sono calmato negli ultimi anni. Non me ne importa tanto delle recensioni. All’inizio, ero sconvolto dal non ricevere l’attenzione che speravo. Non sono mai stato ‘popolare’ all’interno sul fronte techno e ciò è stata una fonte di delusione per me. Ormai non me ne preoccupo più, perché mi sono reso conto che, in realtà, non sono parte di quella scena. Non mi comprometto e non striscio fino al sedere di qualcuno per raggiungere i miei obiettivi. Ho visto così tante ‘stelle’ sorgere e sparire di nuovo mentre io, invece, sono ancora in giro. Credo di avere ottenuto più di quanto avrei potuto immaginare.

Certo, non mi dispiacerebbe vedere un po’ di articoli su di me o meglio ancora sulla diametric. Soltanto perché credo tanto nell’etichetta e negli artisti coinvolti e penso che è triste vedere la stessa roba pubblicizzata in rete tutto il tempo. Nonostante ciò, è così che funziona il sistema, quindi, sono felice di avere il mio zoccolo duro di fan della diametric. dopo qualche anno. Queste sono le persone che contano sul serio. Hanno compreso la natura dell’etichetta e, soprattutto, capiscono le mie scelte.

Nell’arco di un decennio, hai remixato brani per artisti anche molto diversi fra loro. Qual è stato il tuo approccio al remix? Viceversa, che sensazioni hai provato nell’ascoltare alcune tue tracce rimodellate da altri?

Prima di tutto, è essenziale che mi piaccia il brano originale. In tal caso, cerco di ascoltare il maggior numero possibile di singole tracce dell’artista per averne un’idea più completa e, poi, di sezionare il materiale di base, ricercando parti o loop da utilizzare. Dopodiché, costruisco il remix intorno ciò e cerco di iniettarvi qualcosa del mio sound. In rare occasioni, ho dovuto dire all’artista o all’etichetta che non ero in grado di realizzarlo, perché non ero proprio riuscito a trovare il modo, per così dire, di farlo mio.

Ascoltare il remix altrui è un che di interessante, come è curioso osservare ciò che altre persone possono essere in grado di fare con la tua musica e, nella maggior parte dei casi, è sorprendente. Può anche accadere che non gradisca il risultato finale, ma penso che non è un mio diritto giudicare troppo. D’altronde, bisogna avere un minimo di fiducia in chi compie il remix e, dopo tutto, è l’etichetta che sceglie quell’artista che, in buona sostanza, dovrebbe essere affine al tipo di musica del progetto.

Uno dei motivi per cui hai avviato la diametric. giace nel voler rilasciare prodotti di qualità, limitati a poche copie e, rigorosamente, in formato fisico. L’impressione è che non abbia un buon rapporto con il digitale, vero?

Sì, non mi piace la mancanza di un prodotto fisico sul mercato. Non sono contro le nuove tecnologie, ma la musica è una forma d’arte e perde sempre valore in mancanza di un un prodotto fisico. Stampo dischi in cd e in vinile e non escludo di pubblicare anche cassette. È evidente che il formato digitale non mi fa sentire granché a mio agio.

La stampa in poche copie è un segno distintivo a cui faccio ricorso per rendere speciale una release. La mia intenzione è far sì che la diametric. sia riconoscibile. Voglio creare un certo standard identificativo per l’ascoltatore che acquista una nuova release. La numerazione a mano e l’attenzione al design sono dettagli altrettanto importanti.

Quali sviluppi avrà l’industria della musica e, in particolare, quella elettronica?

Una domanda difficile. Secondo me, la musica elettronica è diventata di nuovo interessante durante l’ultimo biennio. Sembra che nell’ambiente ci sia un ritorno ad alcuni valori con cui sono d’accordo, anziché perseguire quell’orrendo comportamento imitatorio, soprattutto nella techno. Ci sono molti incroci tra stili diversi ora, in tal senso, la dubstep ha spianato la strada ma, ormai, è diventata la stessa farsa commerciale della techno. È stato importante che sia successo.

Ho anche la sensazione che la musica elettronica sia molto più scura e inquietante di qualche tempo fa. Non ho idea se ciò sia un’indicazione dettata dal mio gusto personale e da produttore o una tendenza generale, ma questa è la mia impressione e, tuttavia, è bene dare il benvenuto a questo sviluppo. Credo che il mercato digitale crescerà sempre di più e, contemporaneamente, il mercato del vinile diventerà ancora più underground di quanto non lo sia già, ma quel formato non scomparirà di nuovo.

Sfortunatamente, il mondo della musica elettronica è incentrato su club e dj, quindi, il supporto dipende da persone che comprano un disco per suonare in un locale. Con tutta la tecnologia a portata di mano, non c’è più bisogno di un oggetto fisico come strumento per un performer. Così sono solo gli amanti della musica e i collezionisti di dischi a mantenerne viva la fiamma. Funziona così nel rock e metal, perciò sono fiducioso che funzionerà anche per l’elettronica in futuro.

C’è la possibilità di assistere a una qualche tua performance extra-domestica?

Ho smesso di fare il dj così come allo stesso tempo ho smesso di produrre musica a nome Arne Weinberg. Sono cresciuto fuori del contesto del club negli ultimi anni e non provo più interesse per questo. Le limitazioni erano diventate troppo alte per me e, per questo motivo, ho preso una decisione radicale, come sempre. Sono felice di ciò e non me ne pento. Ho dei ricordi emozionanti delle serate in cui ho suonato. Non potrò mai dimenticarli, ma era arrivato il momento di andare avanti. Assistere, ad esempio, al successo live dei Demdike Stare è meraviglioso: mi piacerebbe qualcosa del genere per il mio progetto Valanx, ma non andrà così. Oltretutto, ho sempre odiato viaggiare.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Sono impegnato con il secondo album firmato Valanx che, sempre via diametric., sarà pubblicato il prossimo anno, forse dopo l’estate. Sono alla ricerca di un paio di remix per quel progetto. Non escludo neppure un 12” a nome Valax. Vedremo su quale etichetta.

Un’ultima curiosità. Il tuo singolo “Cupola EP” (2003) su Keynote sembra avere l’immagine della basilica di San Pietro sul centrino. È stato un tributo all’Italia?

Non credo che fosse un omaggio all’Italia. Wilco Klen van Bennekom della Clone Records l’ha scelto per realizzare l’artwork e, forse, dovrei rivolgermi a lui. Probabile che sia davvero la cupola della basilica di San Pietro. È splendidamente abbinata al titolo.

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