Coherence Is The Foundation Of Virtue

Luca Sigurtà

Il ‘mood’ downtempo il comune denominatore tra “Warm Glow” (2015) e il recente “Grunge” (2017). Due album singolari, con i contributi di amici e artisti. Nell’arco di un biennio, qualcosa è cambiato in Luca Sigurtà. Il fluire verso forme melodiche è coinciso con un allargamento del suo spettro sonoro. Una circostanza che ha, però, radici molto profonde. Guai, però, a perdere di vista il passato di un artista così poliedrico.

Vivere a Biella e le prime forme di escapismo. “La Sindrome Di Stoccolma” (2001) il tuo lavoro d’esordio. Un certo interesse per suoni ‘raccolti’ e, soprattutto, una forte attrazione per frequenze e suoni bassi. Chi era Luca Sigurtà vent’anni fa?

La mia prima esperienza fu un’auto-produzione. All’epoca, la genuinità era tanta e, inoltre, ero poco addentrato nella nicchia elettronica. Internet non era ancora così diffusa, per recuperare informazioni varie mi affidavo, ad esempio, alla lettura delle pagine di un mensile quale “Blow Up”. In termini musicali, certi generi liminali, votati alla sperimentazione, erano davvero nuovi, se non poco diffusi sul territorio. Non c’erano neppure così tanti appassionati. E, in primis, il sottoscritto viveva tutto in maniera più spensierata. Oggigiorno, invece, il mio approccio è decisamente più ragionato, malgrado conservi una certa attitudine ‘punk’ di fondo, perché mi piace realizzare qualcosa di non convenzionale, non mi considero un maniaco della perfezione del suono e, probabilmente, i miei trascorsi con i Luminance Ratio testimoniano certe mie scelte. La vicinanza artistica con Gianmaria Aprile è stata, poi fondamentale, perché il suo modo di fare musica mi ha ‘contaminato’ e, viceversa, anche io l’ho in qualche modo influenzato. Di sicuro, però, certi suoni mi hanno colpito sin da bambino. Abitavo in un paese abbastanza piccolo, immerso nella natura: ero circondato da particolari suoni d’ambiente. Mi piaceva molto registrarli. Ed è stato un po’ il mio inizio.

“Terre” (2002) con il regista Manuele Cecconello è stato il secondo album, un cd ibrido tra suoni e immagini, stampate in sole cento copie. Dopodiché, hai continuo a registrare colonne sonore per alcuni suoi cortometraggi.

Innanzitutto, lavorare con Manuele Cecconello è stata un’occasione di crescita personale, specie sul piano stilistico, perché non è facile confrontarsi con le immagini. Una circostanza diversa rispetto la dimensione solista da artista attratto da determinate sonorità. Il primo passo è sempre stato discutere con il regista per capire come musicare al meglio ciascun fotogramma. Dopodiché, è opportuno anche una certa dose di pragmatismo sonoro. La nostra collaborazione prosegue da tempo e, di recente, gli ho fornito alcuni miei materiali. Tra noi c’è una vicinanza ‘spirituale’.

La partecipazione alla mostra Convergenze presso la Fondazione Pistoletto a Biella l’occasione per presentare alcune installazioni: l’ennesima via di fuga artistica.

I primi anni del nuovo secolo sono stati di estrema libertà. C’erano tante esperienze da fare. L’installazione era una sfida. Essere coerenti fino in fondo l’altro obiettivo da raggiungere. Non era mia intenzione fare un passo più lungo della gamba.

Gli album a più mani con Claudio Rocchetti, Luca Bergero, meglio noto come Fhievel, Sergio Sorrentino e Simone Telandro occasioni per cimentarsi con una dimensione non solista. Che cosa hai imparato dal condividere un progetto con altri musicisti?

Così come con Gianmaria Aprile, è stato bello essere ‘contaminato’ da ognuno degli artisti con cui ho avuto il piacere di collaborare negli anni e, al contempo, è stato interessante condividere opinioni e palchi con loro. Un progetto a più mani offre chance impreviste come, ad esempio, comprendere aspetti musicali fino a quel momento affatto considerati o stabilire un preciso, se non inedito, modus operandi in quel momento. Una volta a contatto con altri musicisti, è fantastico esplorare uno o più spazi sonori. Probabilmente, è quest’ultimo che favorisce un successivo salto di qualità.

Acustronic Ensemble, Macaya e Meerkat gli pseudonimi utilizzati per caratterizzare lavori di gruppo, ma i più noti sono Harshcore e Luminance Ratio: noise contrapposto a psichedelia. In che modo hai conciliato le tue diverse ‘anime’?

L’appartenenza a progetti così differenti quali Harshcore e Luminace Ratio non ha inciso sulla mia persona. Sono sempre me stesso, interessato a sonorità sia noise che psichedeliche. Il processo creativo in atto è, tra l’altro, finanche simile. In tal senso, è opportuno non snaturarsi per tagliare un traguardo che, in fin dei conti, potrebbe essere lontano dalla tua sfera di competenza. Essere coerenti è un grande valore.

Gianmaria Aprile della Fratto9 Under The Sky Records il suggeritore e il produttore di uno dei tuoi dischi più belli di sempre: “Bliss” (2012). Cinematico, ambientale, forse, tra le migliori manifestazioni del tuo apprezzamento per sonorità basse.

“Bliss” è stato pubblicato otto anni dopo il mio ultimo lavoro solista, cioè “La Vera Macchina D’Argento” (2004). È stato meno artigianale e ‘casalingo’ dei precedenti. Avevo trascorso parecchio tempo in studio, acquisendo varie nozioni che impiegai per curare al meglio i bordoni. Le sonorità delle singole tracce appaiono, infatti, come dilatate e, senza volerlo, le prime appaiono in crescendo. In buona sostanza, può essere persino definito come un album di facile ascolto, affatto spigoloso, se non quasi ‘melodico’. Il mio rapporto con la Fratto9 Under The Sky Records è proseguito, poco dopo, con un altro disco a cui sono molto affezionato, cioè “Erm” (2013), con Francisco López, pubblicato in contemporanea con “Split” (2013), una collaborazione tra Alberto Boccardi e Lawrence English. Nel mio caso, non si è trattato di un vero lavoro a quattro mani perché, in pratica, Francisco López ha ‘remixato’ alcuni miei materiali. E, in ossequio al copione, il sottoscritto ha compiuto la medesima operazione, rimodellando la sua lunga traccia.

Che cosa vuol dire ‘sperimentare’?

Cimentarsi con sonorità altre, al momento distanti dal mio background.

Una traccia è completa quando?

Quando l’ascolto più volte di seguito e mi convinco che non è necessario aggiungere o sottrarre questo o quel dettaglio sonoro, materia di discussione con Gianmaria Aprile.

“Bliss” è esemplare anche in termini di artworl.

Ho sempre dato estrema importanza alle grafiche dei miei lavori. Mi piace che le copertine e gli artwork siano coerenti con la musica all’interno, ma devono garantire anche un effetto sorpresa. Ogni lavoro è fondato su un concept. Negli ultimi anni, mi sono affidato al fotografo Stefano Majno, che ha realizzato le immagini di “Warm Glow” e “Grunge”, con il quale ho un certo feeling. È riuscito, infatti, a mettere in pratica le idee che gli ho proposto e che mi sono venute in mente, un aspetto fondamentale per ottenere una grafica d’impatto, funzionale alla tipologia di sonorità presentate.

Vinile, cd o cassetta. Qual è il miglior supporto per ascoltare la tua musica?

Di sicuro, non mi considero uno dei tanti feticisti del vinile. A volte, è un po’ stucchevole questo amore spassionato nei confronti di quell’oggetto, al punto da ripudiare ogni altro tipo di fruizione. Una simile circostanza ricorda la diatriba tra chi si esibiva utilizzando il computer e chi preferiva la sola strumentazione analogica. In tutta onestà, queste discussioni o prese di posizione sono ormai fuori tempo massimo. E, sul piano personale, non ho né problemi con il formato, né con il set predisposto. Se le sonorità riprodotte sono quelle giuste, e gradisco la performance a cui assisto, non ho nulla ridire.

Negli ultimi anni, ti sei esibito anche in Europa. Quale differenze hai riscontrato in termini di pubblico? C’è, per caso, un maggiore interesse all’estero ?

Non ho mai riscontrato una grossa differenza tra ascoltatori italiani e stranieri. Quando suono in Europa, il pubblico è molto curioso riguardo la scena italiana, mi rivolge domande, s’informa sia sul sottoscritto che sugli altri artisti, talvolta non conosce neppure me e la mia musica. Quando mi esibisco in Italia, gioco in casa e, ovviamente, c’è meno effetto sorpresa, però, la passione è simile a quella riscontrata all’estero.

È più importante l’emozione che prova l’ascoltatore durante l’ascolto o ciò che un artista intende comunicare attraverso la sua performance?

È più importante l’emozione propria dell’ascoltatore, perché più sincera e inaspettata. L’aspetto interessante della musica sperimentale è, forse, che ciascuno può dare o meno sia un’interpretazione che provare un sentimento che, però, è confinato all’interno di una sfera personale. Mi piace che la mia musica offra una qualche libertà emozionale. Se fossi obbligato a comunicare un che di preciso, ciò risulterebbe artefatto.

Qual è lo stato di salute della nicchia sperimentale tricolore?

La nicchia gode di ottima salute, è alto il numero di artisti coinvolti, così come quello delle release di buona fattura. Ciò che apprezzo maggiormente della scena nostrana è tale varietà di proposte e di stili, in grado di coprire davvero l’intero range della sperimentazione. C’è gente in Italia che si fa in quattro per proporre un certo tipo di musica ma, forse, raccoglie meno al di là dei confini rispetto quanto meriterebbe. Una problematica da affrontare è, però, l’inesistenza di un networking efficace: ognuno tende a coltivare il proprio orticello o, al massimo, lo condivide con l’amico.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Ad aprile, sarà pubblicato un mio nuovo lavoro in tiratura limitata intitolato “West Of Eden” (2018), licenziato dall’etichetta olandese Shimmering Moods. Si tratta di un album registrato durante il mese di gennaio 2017, una sorta di esperimento, che prevede il ritorno a sonorità più ambient. In seguito, verso la fine dell’estate, sarà, invece, pubblicato il disco realizzato in duo con il chitarrista Sergio Sorrentino per la Flag Day Recordings. Lavoro, inoltre, a un progetto insieme alla mia compagna Alice Kundalini, meglio nota come She Spread Sorrow, con la collaborazione di Daniele Delogu. Oltre alle uscite discografiche, sono previsti tour italiani ed europei a partire da metà anno.

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