Cliff Martinez – Solaris

Cliff Martinez – 'Solaris (Original Motion Picture Soundtrack)' (2010)

Gli effetti speciali non sono tutto. Le critiche positive non bastano. I sorrisi a metà al botteghino una vittoria di Pirro. Impossibile eguagliare il capolavoro di Andrej Tarkovskij, oltre il film di fantascienza, riflessione sull’uomo e la sua psiche. “Solaris” (2002), diretto da Steven Soderbergh, è stato il secondo e meno celebre adattamento cinematografico dell’omonimo testo (1961) di Stanisław Lem, un tentativo hollywoodiano di enfatizzare differenti aspetti dell’opera dello scrittore polacco, prendendo quasi le distanze dal primo e, spesso, bistrattato “Solaris” (1972) al cinema.

I temi dell’emozione e del ricordo sono sviscerati attraverso la storia d’amore dei due protagonisti, interpretati da George Clooney, in sostituzione di Daniel Day-Lewis, e Natascha McElhone. Chris Kelvin è inviato presso la stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Solaris: è l’ultimo tentativo per riportare a casa il suo equipaggio, scomparso in circostanze bizzarre. Negli alloggi, lo psicologo sogna sua moglie Rheya, deceduta in precedenza, e rivive i momenti intimi vissuti con lei. Una volta sveglio, Rheya si ‘manifesta’ accanto al letto. Alcuni flashback ne ricostruiscono il precedente suicidio.

Nel recente passato, la donna, affetta da difficoltà emotive, interruppe una gravidanza, senza consultarsi con Chris. Quest’ultimo, però, scoprì l’accaduto e l’abbandonò, inducendola a togliersi la vita. Un episodio che lo tormenta. Fronteggiata la ‘replica’ di Snow (Jeremy Davies), lo psicologo, con l’aiuto del dottor Gordon (Viola Davis), appronta un piccolo veicolo per fuggire, proprio mentre Solaris ha iniziato ad aumentare la sua massa, trascinando gravitazionalmente la stazione spaziale verso il pianeta. Di ritorno sulla Terra, Chris è ossessionato dal ‘ricordo’ di aver sbagliato qualcosa.

Quando si taglia il dito in cucina, la ferita guarisce all’istante. Non è, dunque, ritornato a casa. Un flashback chiarisce l’accaduto: lo psicologo aveva rinunciato a salire sulla scialuppa di salvataggio. Il dottor Gordon era riuscito a mettersi in salvo. Mentre la stazione spaziale precipitava, andando in frantumi, la replica del figlio di Gibarian (Ulrich Tukur), un altro membro dell’equipaggio, gli aveva teso la mano. Nel frattempo, Rheya ricompare accanto a Chris in cucina. Stavolta, più serena, gli suggerisce di non pensare più a parole quali ‘vita’ o ‘morte’: è stato perdonato per le sue azioni.

La pellicola di Steven Soderbergh, autore anche della fotografia e del montaggio sotto mentite spoglie, tralascia la figura del c.d. ‘oceano vivente’, un complesso organismo alieno in grado di esprimersi attraverso la materializzazione dei pensieri degli abitanti della stazione spaziale, inducendoli a dubitare delle rispettive capacità di analisi, comunicazione e comprensione, un tema caro a Stanisław Lem. Il nuovo “Solaris” è stato un film meno confuso e più facilmente fruibile da parte degli spettatori di inizio millennio. Non un vero e proprio ‘remake’, ma un focus sugli affetti tra esseri umani.

Ancora una volta, però, un film intitolato “Solaris” si dota di una notevole colonna sonora che, anni dopo la sua pubblicazione, suscita ancora un certo interesse. L’autore è Cliff Martinez, storico collaboratore del regista statunitense, degno successore della partitura del grande Edward Artemiev. Celebrale, introspettiva. Su misura per commentare, con lentezza, simboli e visioni di un lavoro di ardua assimilazione, a lungo osteggiato a ovest della ‘cortina di ferro’. L’ex batterista Red Hot Chili Peppers degli esordi sceglie, invece, di creare una specie di flusso etereo, senza battute d’arresto.

Tra le poche colonne sonore da me composte che ancora ascolto. È stato lo score che ha dato il maggior contributo al film per cui è stata scritto.

L’ideale per condurre gli ascoltatori ‘alla deriva’. Una partitura minimalista con una forte personalità, seppur evanescente, centrale in un dramma psicologico. Nell’arco di quarantasei minuti, Cliff Martinez fa ricorso a un approccio ambient, schivo nei confronti di facili grandiosità, pronto a far leva su archi e fiati, con calibrati elementi percussivi. L’omogeneità il tratto che accomuna le undici tracce, simili persino in tempistica e volumi. Tale caratteristica è da non sottovalutare, perché palese invito a una profonda meditazione, a prescindere dalle immagini di una meravigliosa pellicola di fantascienza.

“Solaris” è il ‘caviale’ di Cliff Martinez. Acquistai un tamburo d’acciaio in Trinidad. Ero entusiasta di questo strumento e giaceva nel mio salotto durante il periodo di incubazione per “Solaris”. Ero abbastanza determinato a utilizzarlo per la mia successiva partitura in un modo o nell’altro e ci fu una discreta quantità di prove ed errori prima d’individuare una formula valida per il film. Mi piace pensare che se si ottemperano le fondamentali esigenze drammatiche del film attraverso la musica, qualsiasi strumento o approccio può tornare utile.

La partitura di “Solaris” è stata l’occasione per saggiare assemblaggi sonori inconsueti, sperimentando le possibilità offerte dal gamelan indonesiano e dal Cristal Baschet, singolare strumento della famiglia degli idrofoni a frizione, che emette suoni dall’oscillazione di cilindri di vetro. L’edizione cd di “Solaris (Original Motion Picture Soundtrack)” (2010), pubblicata da 20th Century Fox Records, Fox Music e La-La Land Records, la prima ristampa della colonna sonora, a cui sono seguite quelle in vinile, a cura della Invada, l’etichetta avviata dai Geoff Barrow, già membro dei Portishead.

Lo score per il film di Steven Soderbergh prende il via con la delicata Is That What Everybody Wants, basata su una fascia sonora priva di modulazioni armoniche, su cui s’innestano timide pulsioni e tastiere ossessive. La ripetizione è cruciale. Lunghi pedali, serie di accordi, inquietanti tremolii. Una simile architettura non costituirà, però, il prevedibile leitmotif dell’intera opera, malgrado la successiva First Sleep, con qualche secondo di scarto, appaia in linea con l’apertura e il suo continuo tintinnare nel vuoto cosmico. La brevissima Can I Sit Next To You introduce al meglio Will She Come Back.

Una traccia rilassante, con suoni cadenzati, appena percettibili, emessi dal Cristal Baschet, per un’iniziale sensazione di straniamento acustico, seguita da un segmento orchestrale, foriero di una nostalgia strisciante, destinata a tramutarsi in vera e propria ansia. Feeling al centro di Death Shall Have No Dominion, con gli archi in gran spolvero. Bagliori di luce in Maybe You’re My Puppet, prima dell’ipnotica Don’t Blow It, dal maggior contributo elettronico. Come da copione, l’iniziale atmosfera da raccoglimento è scossa da un basso profondo e ben assestato, preludio a Hi Energy Proton Accelerator.

Un motore quasi immobile. Dieci minuti di durata. Archi, tensioni e inquietudini. Con i suoi contrasti, le sue dissonanze e cacofonie, la suite eleva gli ultimi cromatismi, mentre Wear Your Seat Belt prova a combinare i ritmi energetici del tamburo d’acciaio con le nuovi brillanti animazioni dell’ensemble di musicisti al servizio di Cliff Martinez. L’inatteso bordone Wormhole, tendente al crescendo, e i toni chiaroscurali di We Don’t Have To Think Like That Anymore, per scacciare le ossessioni del proprio io, il commiato perfetto per le sequenze finali e i titoli di coda. Less is more è più che un celebre motto.

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