Casino Royale – CRX

Casino Royale – 'CRX' (1997)

Non sono necessarie tante presentazioni. I Casino Royale sono stati uno dei pochi gruppi italiani capaci di raccogliere tutti gli stimoli sonori provenienti dall’estero, specie quelli di matrice anglosassone, e riconvertirli in qualcosa di non necessariamente nuovo, ma di affascinante. Nell’arco di una carriera che abbraccia quasi tre decenni, l’ensemble milanese si è lasciato apprezzare per il crossover rock di “Dainamaita” (1993), le tante vibrazioni di “Sempre Più Vicini” (1996) e, soprattutto, il futurismo in chiave trip hop di “CRX” (1997), l’album della maturità e, fino a prova contraria, l’ultimo in ordine di tempo.

Da alcuni anni, infatti, GiulianoThe KingPalma ha lasciato i Casino Royale per una redditizia carriera solista, talvolta affiancata a The Bluebeaters, mentre Alioscia e soci sembrano, al momento, ancora in pausa. Un peccato, specie se considerata la bontà di “CRX”, figlio illegittimo dell’oscura nidiata di Bristol. Oltre che della voglia di spingersi oltre lo ska. Un genere che a metà degli anni Novanta era stato già sufficiente espresso in molteplici espressioni. Ska di buona qualità, ma nulla di nuovo all’orizzonte. Cruciale per l’avanzamento sonoro del gruppo è la fitta collaborazione con DJ Gruff, già ‘braccio armato’ del primo Neffa. Un purista dell’hip hop.

Necessario per ripartire con energia. E altri macchinari per infondere linfa all’interno di tracce realizzate, in precedenza, da strumenti tradizionali. Un esperimento portato avanti con successo da 99 Posse e Almamegretta, più orientati su orizzonti dub, con questi ultimi pronti a sfornare un lavoro di altissimo spessore quale “Lingo” (1998). “CRX”, distribuito da Polygram Italia Srl, è un lavoro anche disomogeneo. Ogni brano è frutto di un’invenzione. Il percorso compositivo non è stato rettilineo, ma circolare. Il confronto con i precedenti album dei Casino Royale, più cantati e melodici, è netto, schiacciante: il loro stile si è evoluto con un’aggiunta importante.

Una componente elettronica si è, dunque, insinuata all’interno della loro produzione, senza, però, avere la meglio. Non mancano, infatti, cori e voci. Stupefacenti. “CRX” è godibilissimo nella sua interezza, tanto vario quanto denso. Le parole di Alioscia sono importanti, liriche e asciutte e ponderate, nient’affatto forzate. Gli strumenti, il sequencer e i giradischi si scavalcano l’un l’altro, e così è proprio la voce a far da collante. Giri di basso, fraseggi alle tastiere, gli artifici di DJ Gruff. Tutti sullo stesso livello, in equilibrio. Utile per rivisitare elementi jazz e recuperare sussulti funk. Un lavoro del genere, dal respiro continentale, non doveva andare dimenticato.

Non a caso, è stato registrato tra Londra e Varese durante un periodo che va dall’ottobre del 1996 al febbraio del 1997. Mesi fertili per partorire un singolo vibrante come l’opener CRX, inserire uno skit come Benvenuto In Mia Casa, tratto due frammenti del doppiaggio italiano di “Dracula di Bram Stoker” (1992) per la regia di Francis Ford Coppola, e un piccolo capolavoro come The Future. Le pulsazioni del basso sembrano scandire la routine di tutti i giorni. L’andazzo è sbilenco. Giuliano Palma supporta al meglio il flow di Alioscia. Lento e costante. La languida Ora Solo Io Ora prevede, invece, uno scambio di ruoli tra i due leader, o le due anime, dell’ensemble.

Il pianoforte e lo scratch. Inediti accostamenti per un risultato rilassante. Grandiosi i suoi arrangiamenti. In Oltre, la traccia più melodica delle undici di “CRX”, The King ruba la scena. La buona vena di Alioscia ritorna prepotente in Là Dov’È La Fine, per un ricordo dei massacri compiuti in Bosnia, a distanza di due anni dagli accordi di Dayton per sancire la fine degli scontri nell’ex Jugoslavia, qui riletti secondo i criteri delle differenze etniche quali fattori provocanti odio e distruzione. Specchio, poi, è un altro bizzarro skit, che prende in prestito alcune parole pronunciate dalla Regina Grimilde, la strega di “Biancaneve E I Sette Nani” (1937), doppiata da Tina Lattanzi.

In Picchiata precipita veloce. Senza tregua. Homeboy è un profluvio di sferragliamenti. Un senso di disorientamento pervade l’ascoltatore. È, forse, il frangente più introverso dell’album. Hi Fi restituisce un po’ di serenità. È il calore della drum ‘n’ bass. Un’occasione in più per ribadire la natura ibrida di “CRX”. Là Sopra Qualcuno Ti Ama una conclusione, inizialmente, inquietante, salvo poi utilizzare un sample arioso per temperare l’atmosfera. È quello estratto da Taxi Driver di Gil Ventura, una rilettura del tema del compianto Bernard Herrmann per l’omonimo film, “Taxi Driver” (1976), di Martin Scorsese. Un dettaglio in più per un ottimo canto del cigno. Moderno.

Ogni stop è solo un altro start. Il tempo non si ferma. The future.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...