Carl Craig – More Songs About Food And Revolutionary Art

Carl Craig – 'More Songs About Food And Revolutionary Art' (1997)

Alti e bassi, luci e ombre. Un decennio in bilico fra le certezze di un passato edonista e le tante, troppe incognite del millennio incombente, quello del crudo realismo. Nel corso degli anni Novanta, è cresciuto sia il potere dell’immagine che l’incidenza della tecnologia nella vita dell’uomo. Le frontiere hanno perso di significato. La comunicazione diventa globale. Il compact disc il supporto più diffuso per la fruizione di musica. Grunge, gangsta rap, britpop e nu metal i generi in grado di catalizzare fortemente l’attenzione degli ascoltatori, con l’elettronica in continua trasformazione.

Due settimane dopo l’addio al gigante del rap The Notorious B.I.G., con il suo “Life After Death” (1997) pronto a scalare le classifiche mondiali, un altro afroamericano lasciava ai posteri una sorta di differente ‘testamento’ in note, affidandolo alla belga SSR Records per la distribuzione in Europa. “More Songs About Food And Revolutionary Art” (1997) è stato l’album che ha aggiunto un nuovo capitolo alla breve storia della techno e rilanciato con forza il nome di Carl Craig, già celebrato per il precedente “Landcruising” (1995), quale ennesimo visionario nato e cresciuto a Detroit.

Illustre membro della seconda ondata di artisti della Motor City, come Jeff Mills o Robert Hood, e ‘protetto’ di Derrick May, Carl Craig era già attivo da due lustri quando l’album fu pubblicato in collaborazione con la Planet E. La sua ‘intelligent techno’ aveva già introiettato il funk meccanico dei padri del genere e ibridato lo stesso di umori ambient in progetti diversi, talvolta geometrici, ma umorali come “The Sound Of Music” (1995) o “Elements 1989-1990” (1996), rispettivamente a nome Psyche / BFC e 69, più “The Secret Tapes Of Dr. Eich” (1997) come Paperclip People.

Tre must have per ogni appassionato. Il contenuto di “More Songs About Food And Revolutionary Art” ha rappresentato il culmine di un processo di maturazione lento e costante, la cui costante è individuabile nel gusto raffinato del produttore e nel suo approccio trasversale a quella materia informe, tanto misteriosa quanto intensa, meccanica e, spesso, istintiva: la techno. Carl Craig non è mai stato un ‘manipolatore’ di apparecchiature elettroniche, ma un musicista tradizionale, dalla grande ricchezza melodica, pronto a variare ritmi e desideroso di esplorare soluzioni orchestrali.

E, soprattutto, intenzionato a caratterizzare al meglio ogni sua opera. Non caso, la copertina dell’album riporta un testo di Jeff Sawell che aiuta a comprendere la visione anche extra-musicale di Carl Craig, lucida e affascinante. “L’arte rivoluzionaria non è determinata dal suo contenuto d’avanguardia, neppure dal suo inganno formale o tecnico; è l’interpretazione della realtà o la sua verosimiglianza o, piuttosto, il modo è rivoluzionato il nostro pensiero e la nostra immaginazione; che ribalta i nostri preconcetti, errori e pregiudizi e ci ispira a cambiare noi stessi e il mondo”.

Il pensiero di Jeff Sawell continua sul retro della copertina con un monito in chiaroscuro. “La vernice versata avrà il colore del sangue. Questo sangue rappresenta tutte le menti che saranno perse con la rivoluzione. Questa non è una rivoluzione contro i governi… questa è una rivoluzione contro l’ignoranza… Detroit 1997”. “More Songs About Food And Revolutionary Art” è un lavoro elegante, qualcosa di diverso all’interno del panorama techno, così come era stato “Landcruising”, tra frangenti jazz, rimandi Kraftwerk e verticali soniche. Carl Craig ha vinto la sfida con se stesso.

Food: material which feeds and supports the mind or spirit / Revolution: an extensive and often drastic rearrangement. To change fundamentally or completely / Art: a usually acquired proficiency in doing or performing. Skills in devising or using indirect or subtle methods.

Un curioso titolo quale “More Songs About Food And Revolutionary Art” trae, inoltre, spunto da “More Songs About Buildings And Food” (1978), secondo album dei Talking Heads, prodotto da Brian Eno, coerente con la crescita artistica della band guidata da David Byrne. Un lavoro più intellettuale e meno irriverente dell’esordio “Talking Heads: 77” (1977), capace di guidare l’ascoltatore in un percorso costituito da brani orecchiabili, ma affatto banali. Probabilmente, in qualità di fan, Carl Craig reinterpreta tali condizioni, utilizzando un linguaggio sintetico, a tratti persino ‘soul’.

La musica espressa dall’artista incrocia progressioni techno, melodie romantiche, incursioni house, un paio di esperimenti vocali e aperture orchestrali. Carl Craig ha ricodificato il sound dell’altra Detroit, filtrandolo con gli stilemi del jazz, in attesa degli sviluppi di “Programmed” (1999), con l’Innerzone Orchestra. Il risultato finale è ancora oggi sconvolgente. Ogni traccia è legata all’altra. Ogni traccia emoziona per o più motivi. Il seguito di “Landcruising” riesce nell’impresa di ‘reprimere’ la sua foga. L’eclettismo di fondo a eleva l’opera, trasformandola in una pietra miliare.

È, dunque, l’elettronica il genere ideale per fotografare la contemporaneità e, forse, per predire il futuro. È tensione palpabile. È calore umano. È anche narrazione atmosferica con ES.30. Un’intro brillante, su misura per il lancio di Televised Green Smoke, uno dei punti di forza di “More Songs About Food And Revolutionary Art”. Le percussioni sorde, il tema jazz, il crescendo di bassi. La colonna sonora di un gioioso videogioco. La successiva Goodbye World sorprende per il repentino switch emotivo e compositivo. Campanelli e sintetizzatori. Raffiche sonore. Prodromi minimal.

L’interludio Alien Talk restituisce un dialogo tra entità sconosciute, su cui s’innesta Red Lights, con annessa tempesta acid. Il ribollire è continuo fino al sopraggiungere degli archi. Il dolore della modernità fa il paio con la malinconia della città dormiente, o Dreamland. Una netta dimostrazione di potenza. Sei minuti da ascoltare con attenzione e da raccontare all’interno dei manuali su entrambi generi. Quando le voci di sottofondo sfumano, la techno tende la mano all’house. Garantito lo stato di trance. Notevole il dato melodico per rinverdire quel costante senso di attesa.

La parte centrale dell’album non conosce battute d’arresto. Difficile resistere alla sequenza composta da Butterfly, Act 2 e Dominas. La sbornia house continua. Il ritmo è alto. Nel momento in cui, fa capolino uno dei sample vocali più noti della storia, c’è solo da alzare il volume. Da brividi il remix di Carl Craig per il duo Maurizio. Un classico senza tempo. At Les è, invece, il magistrale colpo di grazia. La sonorizzazione del tramonto su una metropoli. I canoni estetici della techno cedono definitivamente il passo alle rotondità del jazz. Di colpo, ogni residua luce scompare.

Il buio non fa paura. Il break da favola mantiene alta l’attenzione dell’ascoltatore. La sezione fiati incanta. Suspiria la degna propaggine eterea, con le percussioni sullo sfondo. Meno decadente e più sexy As Time Goes By (Sitting Under A Tree), abbellita dalla voce di Naomi Daniel. Quest’ultima si cimenta anche in un bizzarro brano di scarico, o un mero esercizio vocale, Attitude. A un passo dalla conclusione, il rigore acid di Frustration, con la partecipazione di Derrick May. Echi horror e grida nel vuoto in Food And Art (In The Spirit Of Revolution). La rivoluzione è ormai compiuta.

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