Blind Guardian – Nightfall In Middle-Earth

Blind Guardian – 'Nightfall In Middle-Earth' (1998)

Nightfall In Middle-Earth” (1998) è il grande omaggio dei Blind Guardian a John Ronald Ruel Tolkien. Una sorta di palantír in cui è possibile osservare la trasposizione metal di una manciata di visioni ancestrali. La crepuscolare poesia della parte più decadente del “Silmarillion” (1977), una delle opere più complesse e, forse, sottovalutate di sempre, ha ispirato le melodie della band teutonica, già in passato pronta a tributare il suo amore per i racconti dello scrittore fantasy, con brani ad hoc quali Lord Of The Rings e The Hobbit, rispettivamente contenuti in “Tales From The Twilight World” (1990) “Somewhere Far Beyond” (1992). “Nightfall In Middle-Earth”, rilasciato dalla Virgin, costituisce il tributo definitivo. Un album di straordinaria intensità, con uno sfondo bellico che, da subito, cattura le percezioni uditive dell’ascoltatore che, in precedenza, era stato poco coinvolto dalla raccolta di cover e versioni acustiche di precedenti brani dei Blind Guardian quale “The Forgotten Tales” (1996), coincidente anche con una presunta crisi di idee del gruppo che, non a caso, scelse di rimanere in silenzio per circa un biennio. L’uscita del nuovo album, invece, non solo elevò definitivamente il quartetto tra i principali alfieri del power metal, perché finì per marcare in modo definitivo i successivi sviluppi della carriera di Hansi Kürsch, André Olbricht, Marcus Siepen e Thomas Stauch, sempre di più proiettati oltre quel sound aggressivo e un po’ grezzo degli esordi, prediligendo un maggior impatto melodico ed elevando il tasso di epicità.

Le ventidue tracce sono divise tra brevi intermezzi, talvolta voci fuori campo che commentano le vicende del “Silmarrilion” a cui prestare molta attenzione per comprendere i riferimenti al testo di John Ronald Ruel Tolkien, e vere e proprie canzoni, che ricalcano alla perfezione le stesse. “Nightfall In Middle-Earth” è, probabilmente, tra i miglior concept album in chiave metal di sempre: la storia scorre senza intoppi, la musica tanto intrigante quanto maestosa, grazie al ricorso di svariati elementi sinfonici, complice un buono numero di guest musician impiegati, tra cui figura al basso Oliver Holzwarth, fratello di Alex Holzwarth, storico batterista dei Rhapsody. Musicare il “Silmarillion” è stata, inoltre, un’operazione problematica. Il libro dell’autore britannico fu pubblicato postumo dal figlio Christopher Tolkien, un’opera dalla non facile lettura, complice uno stile meno accessibile rispetto “Lo Hobbit” (1937), tanto organica quanto disseminata di simboli e personaggi mitici, però, centrale per provare ad addentrarsi nella complessa cosmogonia della Terra Di Mezzo. Un simile sfondo non influenza soltanto i brani dell’album e il loro suono: l’artowrk di Andreas Marschall, tra i più famosi disegnatori di copertine per artisti metal, riprendere la danza di Lúthien al cospetto di Morgoth, protagonista con Beren, camuffato come lupo, dell’omonima leggenda, che rifletteva l’amore dello scrittore nato in Sudafrica per sua moglie Edith Bratt, che sembra abbia danzato per lui e la cui famiglia non approvava la loro unione.

The field is lost. Everything is lost. The black one has fallen from the sky and the towers in ruins lie. The enemy is within, everywhere. And with him the light, soon they will be here. Go now, my lord, while there is time. There are places below.
And you know them too. I release thee, go. My servant you’ll be for all time
As you command, my king.
Twice I destroyed the light and twice I failed. I left ruin behind me when I returned. But I also carried ruin with me. She, the mistress of her own lust.

Le vicende narrate nei sessantacinque minuti di musica prendono il via dalla distruzione dei due Alberi di Valinor, opera del ragno gigante Ungoliant, e si concludono con Morgoth ormai padrone della Terra Di Mezzo. “Nightfall In Middle-Earth” sia apre, però, con un’anticipazione sugli eventi futuri, cioè War Of Wrath: incrociarsi di lame, cocciare di scudi, tonfi e urla. Il risultato è tanto efficace che sembra fin troppo realistico. Allo sfumare dei suoni del campo di battaglia, è possibile udire il losco dialogo tra un re e il suo servitore. Morgoth parla a Sauron durante la Guerra d’Ira quando i Valar lo sconfissero una volta per tutte. The Black One è il drago Ancagalon, il più grande e nero. La torre di Angband giace ora in rovina, perché Ancagalon è precipitato proprio su quest’ultima. Morgoth congeda Sauron e gli permette di fuggire, in modo che prosegua la sua malefica opera. Con Into The Storm, un concentrato di potenza, si entra nel vivo dell’album o, meglio, si va a ritroso nella storia. L’incedere in levare della strofa, il mood vagamente oscuro e il possente ritornello l’hanno trasformato in un piccolo classico della band, spesso eseguito durante i loro concerti. Il brano rimanda al litigio fra la famelica Ungoliant e Morgoth per i Silmaril, tre gemme magiche create dall’elfo Fëanor, dal valore inestimabile, in cui era racchiusa la luce degli stessi Alberi di Valinor, quindi, intoccabili da qualsiasi mano impura, pena una bruciatura a vita. Ungoliant li reclama come pegno, Morgoth, dall’alto della sua avidità, rifiuta ed è aggredito dal ragno gigante.

Give it to me. I must have it. Precious treasure, I deserve it.

Allo scontro tra i due segue Lammoth, il c.d. ‘grande urlo’, lanciato proprio da Morgoth che, una volta imprigionato dalle ragnatele della bestia, invoca a sé i balrog. con le loro fruste infuocate, la metteranno in fuga. Da brividi la ballata Nightfall. Evocativa e nostalgica. Chitarre e flauti accompagnano la descrizione degli elfi, razza più antica degli uomini della Terra Di Mezzo, i principali protagonisti delle pagine del “Silmarillion”. Ritornello imponente con morbido backing vocal. “No sign of life did flicker in floods of tears she cried. All hope’s lost it can’t be undone, they’re wasted and gone”. I due alberi sono stati distrutti. Valinor è avvolta dall’oscurità. “What you want you will take it away from me, take it and I know for sure, the light she once brought in is gone forevermore”. È, poi, Fëanor a parlare. Non è cedere le gemme per tentare di ricostruire la luce derivante dai due alberi. Nel frattempo, Morgoth ruba i Silmaril e uccide Finwë, il re dei Noldor. Per la prima volta, del sangue sgorga tra le dimore degli elfi. A seguito della perdita del padre, Fëanor promette vendetta, maledice l’Oscuro Signore e, soprattutto, rifugge i Valar perché, a conti fatti, appartenenti alla stessa stirpe di Morgoth. Si rifiuta, inoltre, di obbedire al loro volere e di vivere nella loro terra. Il destino dei Noldor è segnato. “Back to where it all began”. Gli elfi abbandonano, dunque, Avallónë e fanno rotta verso la Terra Di Mezzo. The Minstrel, ennesimo intermezzo, non è altro che un bardo di Valinor che racconta l’esodo dei Noldor, prossimi a lasciare le terre imperiture.

Con The Curse Of Fëanor, si ritorna a spingere forte sull’acceleratore. L’inizio è devastante, la doppia cassa di Thomen Stauch sorregge ritmiche veloci, spezzate dal graffiante refrain di Hansi Kürsch, a simboleggiare tutta la rabbia del principe degli Eldar. Fëanor tradisce suo fratello Fingolfin e con i suoi figli stermina i Teleri rubando a Olwë di Alqualonde le navi-cigno. Elfi che uccidono altri elfi. Fëanor raggiunge la Terra Di Mezzo con i suoi figli: è consapevole della maledizione derivante dal massacro dei Teleri, ma vendicare Finwë è il suo obiettivo. La breve Captured fa, invece, riferimento al rapimento di Maedhros, uno dei figli di Fëanor, per mano di Morgoth, stavolta narratore. L’elfo è incatenato per una mano su uno strapiombo a Thangorodrim. Crepuscolare e sofferente, la successiva Blood Tears ne testimonia l’epilogo. Fingon, cugino di Meadhros, decide di salvarlo. L’unico modo per estrarlo vivo è, però, tagliargli la mano con l’aiuto del Signore delle Aquile, che lo solleva fino in cima al dirupo. Il climax emotivo è, però, Mirror Mirror. Furia e melodia. Il riff tagliente, le percussioni incalzanti, il coro possente. “It lies unknown the land of mine, a hidden gate to save us from the shadow fall. The lord of water spoke in the silence words of wisdom. I’ve seen the end of all, be aware the storm gets closer”. Si fa riferimento a Gondolin e al Signore delle Acque, Ulmo, che avvertì Turgon, fratello di Fingon, di gestire la stessa città nascosta, ultimo baluardo degli elfi contro da opporre alla conquista della Terra Di Mezzo da parte di Morgoth.

The moon the sign of hope. It appeared when we left the pain of the ice-desert behind. We faced up to the curse and endured misery, condemned we are. We brought hope but also lies and treachery.

In Face The Truth, Fingolfin, fratellastro di Fëanor, narra di quando attraversò il ghiacciaio Helcaraxe per raggiungerlo: i Noldor hanno portato speranza nella Terra Di Mezzo, ma anche la loro maledizione. Il suo punto di vista in merito agli eventi accaduti in precedenza è lungamente descritto tra le pieghe della lenta e strisciante Noldor (Dead Winter Reigns). Una ballata colma di rimpianti per aver abbandonato Valinor e scelto un destino, probabilmente, cruento. “Dead winter reigns and tomorrow’s still unknown. Lies! Condemned and betrayed, now everything is said. See my eyes are full of tears and a cruel price, we’ve paid but still I can’t claim that I’m innocent. Lost”. Fingolfin, dannato per essere anch’egli un Noldor, tradito dal fratello Fëanor, riesce a fatica a condurre il suo esercito oltre il passo Helcaraxe, ma piange i caduti nell’impresa. Battle Of Sudden Flame rimanda, invece, a una delle grandi battaglie del Beleriand. Il suo nome in elfico, Dagor Bragollach, significa ‘battaglia della fiamma improvvisa’, poiché Morgoth impiegò il fuoco come arma principale per liberarsi della morsa che cingeva d’assedio la fortezza di Angband, contro cui scatenò la furia di orchi, lupi, balrog e, soprattutto, quella del malvagio drago Glaurung. Numerosi elfi perirono tra le fiamme o asfissiati dal fumo. L’intermezzo non è, dunque, che una preghiera destinata a non concretizzarsi: “oh lord, here I stand. Suddely everything’s gone for all Noldor. From now on, my life is my gift to you, just lead my fate to the victory of elves”. Le forze del Male hanno trionfato.

Epica nel suo furore, splendida nella sua complessità, Time Stand Still (At The Iron Hill), è probabilmente un’altra traccia che ha segnato la carriera dei Blind Guardian, in grado di competere con i capisaldi del gruppo di Krefeld. La batteria e la chitarra duettano in un inizio magico. La voce si trasforma lentamente in un grido di disperazione. Arpeggi maestosi connotano una drammatica vicenda: il duello fra Morgoth e Fingolfin, il più valoroso e coraggioso fra gli elfi, che cavalcò da solo verso Angband, sfidando l’avversario in campo aperto. Il finale è mozzafiato. “The elvenking’s broken, he stumbles and falls the most proud and most valiant. His spirit survives. Praise our king”. I Noldor assistono orgogliosi alla caduta del loro re e pregano in suo onore. Morgoth ha sconfitto Fingolfin con il suo martello, ma a caro prezzo: la perdita di un piede. Se The Dark Elf annuncia la nascita di Maeglin, figlio di Eol, colui che segnerà il destino di Gondolin, la magistrale Thorn ne segue le non memorabili gesta dello stesso. La trasposizione simbolica dell’elfo, paragonato a un cigno nero, è in linea con l’oscurità da cui sarà presto attratto. I metodi persuasivi di Morgoth faranno, infatti, breccia nel cuore di Maeglin che, tradendo la sua stirpe, rivelerà la posizione della roccaforte in cambio di un posto d’onore nella gerarchia dell’Oscuro Signore. La delicata The Eldar è fondata su struggenti partiture di piano, con Hansi Kürsch pronto ad abbandonare il suo tradizionale timbro. Inizia così un nuovo capitolo del “Silmarillion”, dedicato a Beren.

Nom The Wise è l’elogio funebre di Beren al suo amico Finrod Felagund, detto ‘il saggio’ dagli umani ai quali ha insegnato a cantare, catturato da Sauron dopo essere riuscito a liberare Beren, protagonista con l’amata Lúthien, anche della diretta When Sorrow Sang, che rimanda al furto del Silmaril da Angband. “So let me out of it, out of the cold, to bring back light and hope for all”. Il brano descrive anche la morte di Beren per mano del Grande Lupo di Morgoth, Carcharoth, e di come sia riuscito a tornare in vita. Beren e Lúthien si recano, poi, a Valinor, così come testimoniato in Out On The Water. The Steadfast è, invece, l’appellativo di Húrin, eroe degli umani imprigionato da Morgoth, esultante per la vittoria sugli elfi. “Now truly I am king of the world”. La cadenzata A Dark Passage conclude uno dei capolavori della storia del metal, con le riflessioni dell’Oscuro Signore, che costringe Húrin ad assistere alla sconfitta dell’alleanza tra uomini ed elfi durante la Nìrnaeth Arnoediad, la ‘battaglia delle innumerevoli lacrime’. “Thus ends the fifth battle by the treachery of men the field is lost. The night falls and great is the triumph of evil. The league is broken. The last vestige of hope lives in the hidden king, only he troubles the dark one’s mind, only he could bring ruin to the black foe”. Final Chapter preconizza così l’intervento di Eärendil, nipote di Húrin: il mezzelfo, guidato dalla luce del suo Silmaril, chiederà aiuto ai Valar per riscattare la sorte di uomini ed elfi. La Guerra d’Ira è alle porte. Una nuova era, la seconda, avrà presto inizio.

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