Bjørn Torske – Byen

Bjørn Torske ‎– 'Byen' (2018)

Non rinnegare il passato. Volgere lo sguardo al futuro. Il miglior modo per celebrare vent’anni di carriera è, forse, sublimare due intenzioni, concettualmente, antitetiche. Se il passato è quel luogo tanto sicuro quanto intangibile al quale poter ritornare sia con la mente che con la propria creatività, disdegnare di compiere un’ulteriore evoluzione in note potrebbe rivelarsi controproducente. “Byen” (2018) è il quinto album solista di Bjørn Torske, un ‘veterano’ della variopinta scena nu-disco nordica: non tra i più prolifici in termini di long playing, con il precedente “Kokning” (2010) sullo sfondo, e forse a maggiore agio con i singoli, accomunati da una particolare ricercatezza sonora.

“Nedi Myra” (1998) e “Byen” sono separati da un intervallo di quattro lustri. L’album di debutto e l’ultima fatica sembrano distanti non solo sulla carta. Eppure Bjørn Torske non ha mai smarrito il suo focus musicale e, dopo i trascorsi di coppia con Prins Thomas in “Square One” (2017), ha persino alzato la posta in gioco, provando a fondere due lati della sua personalità artistica. Da una parte, il tradizionale interesse verso le sonorità da club, per sedurre una volta in più le piste da ballo. Dall’altra, il desiderio di flirtare con trame eteree, ai limiti dell’ambient, per imprimere una svolta. Il risultato finale è un album particolarmente ‘ragionato’, dal facile approccio, ma senza punti deboli.

Le otto tracce di “Byen” sono state registrate in studio nell’arco di un anno, un periodo di ‘gestazione’ breve rispetto i pregressi standard compositivi del produttore norvegese, con progetti ultimati poco alla volta e, come in quest’ultimo caso, affidati alla Smalltown Supersound. Anche la tracklist è stata assemblata con la dovuta cura: offre all’ascoltatore numerosi spunti per un piccolo viaggio non solo entro i ‘soliti’ confini. E, non a caso, l’opener First Movement è contraddistinta dal ricorso a un suggestivo field recording, tra garriti di gabbiani, onde che s’infrangono e la sirena di una nave, presumibilmente, in partenza. La solida ritmica garantisce un’andatura dritta alla meta.

L’agile Clean Air si muove sulla medesima falsariga. Zero sbavature, una formula semplice e già rodata, con rimandi alle produzioni del passato che hanno contribuito a posizionare la Norvegia sulla mappa dei frequentatori dei dancefloor: tastiere tirate a lucido e bassi sempre caldi. Le psichedeliche Fanfatas e Dalen interrompono il virtuale flusso che sospinge l’ascoltatore verso la stratosfera. La deep house di Chord Control precede l’ardita Gata che, una volta raggiunto il suo apice, introduce un coro per un’ulteriore bizzarria nu disco. Night Call si pone, invece, come un’escursione più elettronica, dai toni quasi funk. Natta la conclusione in chiaroscuro. Sorprendente.

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