Biosphere – Dropsonde

Biosphere – 'Dropsonde' (2005)

A caduta libera, ma non in cerca di uno schianto. “Dropsonde” (2005) di Biosphere prende spunto dal dispositivo progettato dal National Center For Atmospheric Research (NCAR) del Colorado per analizzare fenomeni atmosferici attraverso sensori in grado di raccogliere dati termodinamici. La sonda, dotata di paracadute, trasmette via radio quanto si verifica nel cuore pulsante, ad esempio, di una tempesta tropicale. Geir Jenssen, tra i pionieri della musica ambient contemporanea, si è divertito, invece, a celebrare le nuvole in copertina, delicatamente immortalate in foto da Jon Wozencroft, il fondatore della Touch. Oltre l’aria, quel che resta è musica. Elettrica.

L’apertura del lato A è straordinaria. Frammenti field recording come base per l’intro, poi batteria in loop, accenni drone e note di tastiera ridotta al minimo: il ritmo di Birds Fly By Flapping Their Wings è ipnotico, a tratti meditativo, ma soprattutto vivo, una sorta di mix ad alta quota tra minimalismo e jazz d’altri tempi. Le calde tonalità dei colori sfumano rapidamente quando subentra Fall In, Fall Out, costruita con una base di crepitii catturati da altri dischi in vinile, puri glitch digitali e un rullante marziale che scandisce il tempo. Un altrettanto incalzante drumming, quasi tribale oltre la metà della traccia, costituisce l’epicentro del suono all’interno di Daphnis 26.

Per l’ennesima volta, Biosphere mette in mostra insolite capacità compositive. L’artista norvegese, con alle spalle una lunga carriera, conferma così la sua personale deriva verso altre sonorità, in apparenza distanti da quelle algide degli esordi, ma simili in termini di architetture, schiette o sghembe. Registrazioni dal vivo sulla cima del monte Cho Oyu, al confine tra Cina e Nepal, loop siderali ideali per appagare diversi stati d’animo e incursioni fusion capaci di evocare il Miles Davis dei primi anni Settanta: all’ottavo album non arriva mai tardo il momento in cui è necessario osare, reinventando sé stessi e ridefinendo i confini nebbiosi del proprio agire in studio.

Il lato B è, infatti, maggiormente orientato sul fronte downtempo. Ad esempio, Altostratus sembra un ammasso organico di pulsioni tutte elettroniche, cinematiche, incerte, timide come lo scorrere di una nuvola passeggera nel buio della notte. Sherbrooke la squarcia in un istante attraverso uno sciame di lucide ripetizioni. Gli ultimi sei minuti sono, infine, propri di un’esclusiva della versione vinile dell’album, in seguito pubblicato anche in formato cd con ulteriori sei corposi brani. In The Shape Of A Flute segna, invece, il ritorno al vibrante approccio iniziale, con flauti e trombe come nuovi elementi di rinforzo, utili nel segmentare al meglio un’atmosfera ai confini dell’onirico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.