Bathory – Blood Fire Death

Bathory – 'Blood Fire Death' (1988)

Sangue, fuoco, morte. Un corteo di esseri sovrannaturali agli ordini di Odino attraversa il cielo. La furiosa battuta di caccia coinvolge anche cavalli, valchirie, segugi, altri battitori. Il loro passaggio è presagio di sventure e gli umani che s’imbatteranno nell’esercito di dannati e divinità saranno destinati a perire. “Åsgårdsreien” (1872) non è solo un maestoso dipinto di Peter Nicolai Arbo, pittore norvegese del periodo romantico, specializzato nel rappresentare immagini storiche o mitologiche. La vorticosa ridda al crepuscolo è uno degli artwork più celebri della storia del black metal, adottato dai Bathory per il loro quarto album in studio, intitolato “Blood Fire Death” (1988).

La caccia selvaggia è un tema folcloristico originario dell’Europa settentrionale, con protagonisti differenti a seconda delle tradizioni popolari, inserita in diversi racconti e leggende, la cui radice comune affonda nella mitologia nordica, con il dio Wotan, in sella al mostruoso cavallo grigio a otto zampe Sleipnir, in testa a un raggruppamento di anime di soldati morti in battaglia, pronto a compiere un raid durante le notti del Sacro Periodo, che comprende i dodici giorni successivi al solstizio d’inverno. Non è l’unica copertina a trasportare l’ascoltatore in un passato di leggende norrene o a saghe fantasy, ma la prima legata a doppio filo a un contenuto musicale davvero viking.

Barbe, elmi e spade saranno, poi, elementi ricorrenti delle grafiche successive al rilascio di “Blood Fire Death”, rappresentando un sound in via di perfezionamento che cominciava a superare persino le più effimere promesse esteriori. Pubblicato dalla Black Mark Production, l’album della band svedese ha rappresentato in primis un’evoluzione rispetto ai tre lavori di metà anni Ottanta, cioè “Bathory” (1984), “The Return Of Darkness And Evil” (1985) e “Under The Sign Of The Black Mark” (1987), fondati su un black metal a tinte fosche e dai rimandi satanici. “Blood Fire Death” coincide, inoltre, con la maturità di Quorthon, Kothaar e Vvornth: il respiro è più ampio, tra liriche maestose e note letali.

Se i Venom hanno coniato il termine con il loro “Black Metal” (1982), è opportuno riconoscere ai Bathory il merito di aver consolidato il vero e proprio black metal, strizzando l’occhio ad altri stili, ma senza mai abusare di fronzoli, accantonando alcune asprezze della prima fase compositiva a favore di un’epicità densa di significato che diverrà uno dei tratti comuni del sound del gruppo. Tutto ciò che sarà definito dai media come viking, se non pagan o folk metal, deriva da un superbo album di visionaria bellezza, persino malinconico a tratti, che provava a voltare le spalle a quel passato di pentacoli e croci rovesciate per riallacciarsi con fierezza e furore a un’oscurità nordica.

Non a caso, “Blood Fire Death” non è introdotto da un brano ambientale, ricorrente nei precedenti album, ma dall’evocativo e orchestrale Odens Ride Over Nordland. L’eco del nitrire dei cavalli, lo sferzante soffio del vento, cori eterei e rintocchi occasionali sullo sfondo. Un crescendo da far gelare il sangue nelle vene. L’esercito di Odino è pronto per una frenetica caccia. Il preludio di guerra è interrotto dall’avvincente arpeggio in testa alla A Fine Day To Die. L’incipit sommesso una chimera. La rapidità d’esecuzione propria di buona parte delle tracce dei precedenti album, ad hoc per annichilire l’ascoltatore, è sostituita con un pathos inedito, che fa leva su pause acustiche e ripartenze violente.

La voce di Quorthon rappresenta un’ulteriore novità: il frontman abbandona lo stridulo scream a cui era ricorso sino a quel momento, prediligendo un cantato più pulito, anche se tecnicamente discutibile, ma funzionale per narrare di battaglie, dove l’unico vero valore è morire sul campo combattendo con coraggio e dignità. Gli indugi iniziali sono spazzati via da ruvide distorsioni che trasformano il brano in una micidiale marcia accompagnata sia da una voce declamante che da una chitarra solista. Arrendersi è un istante. La batteria di The Golden Walls Of Heaven foriera di un nuovo scontro, combattuto tra angeli e demoni alle porte del paradiso, in linea con il vigore degli Slayer.

Il retaggio thrash metal non è l’unico individuabile tra le pieghe del composito, se non sperimentale, “Blood Fire Death”, perché differenti rimandi heavy e doom sono evidenti nelle seguenti Pace ‘Till Death e Holocaust, in apparenza prossime al passato dei Bathory ma, in realtà, più strutturate e ambiziose in termini sonori. La prima fondata sulla velocità e i brutali riff di Quorthon, il cui grezzo ringhiare al microfono è l’ennesimo colpo al ventre. A metà strada tra growl e scream. La seconda tanto deflagrante quanto drammatica, immaginaria colonna sonora della fine del mondo, con annesso conto alla rovescia. Atmosfere viking ritornano in auge con la più fruibile For All Those Who Died.

La primitiva violenza è imbrigliata dai fili invisibili di un giro di chitarra finanche orecchiabile che, almeno in teoria, avrebbe dovuto cercare di coprire la vergogna denunciata senza mezzi termini nel testo, che fa riferimento alle atrocità compiute dai cristiani nelle terre nordiche, con annessi roghi finali. L’abisso è ormai a un passo. Il respiro è affannato. Dapprima Dies Irae, il giorno del giudizio, o un’avanzata di sottile ferocia senza apparenti battute d’arresto. Dopodiché, la monumentale title-track, forse, il vero e proprio capolavoro dell’intero “Blood Fire Death”, tale da conferirgli quell’aura di immortalità tra gli appassionati e, soprattutto, di capostipite delle scene viking e affini.

The moment is chosen. The battlefield is bare. Take now thy stand people. The true ones don’t fear. Now choose your weapons. And fall in the line. Choose well your colours. And follow the sign.
Blood for all tears shed. And fire for hate. Death for what shall become. All false ones fate. The standard bearer is chosen. And the day has just begun. Shadows growing long by the rising of the awakening sun.

L’arpeggio acustico in apertura, affascinante e ammantato di mistero, la solenne melodia di tastiera, i cori in lontananza, un ritmo cadenzato, le chitarre in distorsione o in saturazione e il lento cantato originano un crescendo di notevole impatto, che prende le distanze dagli esordi più rumorosi. I cambi di tempo all’interno del brano testimoniano la compiuta evoluzione stilistica dei Bathory. La narrazione è non meno intensa, o implacabile, tale da squarciare l’anima. È il momento di scegliere per chi parteggiare. La batteria ossessionante dell’Outro, associata allo spirare del vento e a una cantilena rituale, concludono un album innovativo, singolare, se non minimalista.

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