Basic Rhythm, Raw Percussions

Marco Bernardi

Electro, house, techno. Il passaggio da un genere all’altro non ha inciso sulla resa sonora di Marco Bernardi, tra i migliori produttori in circolazione, già noto per le sue release su Soma Music Quality firmate come Octogen. La sua carriera tanto breve quanto frizzante. Le uscite, invece, sempre più numerose, grazie a vari alias e a un forte sodalizio avviato con Clone Records e le sue etichette sussidiarie. L’umorismo, infine, un valore aggiunto, confermato anche all’interno dell’intervista.

Il tuo nome e cognome sono italiani, ma hai vissuto a lungo in quel di Glasgow.

Sono nato e cresciuto a Glasgow, lì sono rimasto tutta la vita. Il trasferimento a Bristol è avvenuto negli ultimi anni, mi piace qui, ci sono un sacco di cose di questa città che mi fanno pensare di essere in Scozia. La scena underground è di qualità, ma più piccola.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Ho fatto musica sin da quando ne ho memoria. In principio mi divertivo con un computer Atari, ne acquistati uno non appena fu in commercio. L’ho usato per suonare in una cover band molti anni fa e ho sempre cercato di incorporarlo all’interno della band, tuttavia il nostro batterista era abbastanza scarso e non poteva accettare che una macchina fosse in grado di suonare fitte serie di percussioni meglio di lui.

Ciò ha fatto sì che programmassi sempre più le parti di tutti e la band finì per suonare come una versione elettronica di David Bowie, dei Rolling Stones o degli U2, insomma, abbastanza uno schifo. Questo, però, era il segno di cui avevo bisogno, tale da sistemare il mio computer nella mia camera da letto e mettere da parte l’idea della band: ho detto no a bassisti, batteristi, nemmeno chitarristi. Ero soltanto io, in pace con me stesso, e la vera fase di programmazione era, finalmente, iniziata.

Hai uno o più dischi che ritieni necessari da avere o da ascoltare?

I miei album sono qualcosa di cui sono orgoglioso. Inoltre, penso che sceglierei anche due 12” a nome Octogen, cioè “The Bells Journeyman & Square” (2008) o “Cside” (2006), che contiene una traccia come Acieob, perché sono ancora i miei lavori preferiti.

Quali artisti ti hanno influenzato in passato?

È, di recente, che ho iniziato a comprare dischi e ad ascoltare brani di altri. Fino a un anno fa, non avrei potuto rispondere al meglio, perché ero impegnato nel produrre le mie tracce e, contemporaneamente, non avevo voglia di sedermi e ascoltare i brani di altri, specie quando potevo trascorrere il tempo a sistemare al meglio i miei hi-hat. Al momento, ci sono alcuni artisti che apprezzo davvero tanto come, ad esempio, Cosmin TRG, Floating Points, Pearson Sounds. Ce ne sono molti validi in giro.

Il catalogo di un gruppo come i Kraftwerk non ha fatto presa su di te?

Non mi sono realmente addentrato nella discografia dei Kraftwerk. Sono consapevole che senza di loro non sarebbero successe parecchie cose ma, in effetti, ciò vale anche per altri artisti o gruppi innovatori, è il caso di Derrick May, Pink Floyd, Underground Resistance, Autechre, Radiohead e la lista può essere davvero lunga. Il quartetto di Düsseldorf è stato bravissimo in ciò che ha fatto, certe soluzioni sonore non erano mai state adottate prima di allora. Nonostante ciò, e in assoluta onestà, lo stesso vale per un personaggio come Mike Banks, che ha tutto il mio rispetto.

“Switches, Drawers And Washing Machines” (2009) su Frustrated Funk è stato un album in bilico tra electro e techno. Quanto hai lavorato su quest’ultimo?

Io e Wilco Klen van Bennekom, il proprietario dell’etichetta, siamo stati impegnati a scegliere le giuste tracce nell’arco di un processo creativo durato un anno. Ero solito comporre in modo veloce e, in quel periodo, ho realizzato parecchie tracce. Con una decina di brani pronti a settimana, è difficile operare delle scelte, quindi, li abbiamo ascoltati tutti e abbiamo stilato liste, fin quando non siamo rimasti soddisfatti della nostra selezione e, dopo aver discusso, ci siamo decisi a pubblicare l’album intero.

Quali sensazioni hai provato nel lavorare con un nome leggendario quale Keith Tucker per “Ist Das” (2010) e “Innocence Of Pleasure/Broken Silences” (2010)?

Come la maggioranza dei remix e delle collaborazioni si tende a non incontrare dal vivo mai nessuno con cui lavori. Tutto avviene in rete, quindi, non sono nelle condizioni di raccontare gossip o svelare alcun tipo di scandalo sessuale riguardo le mie esperienze!

Dal 2009, hai rilasciato almeno tre 12” ogni anno. Aspettando, invece, il nuovo 10”, chiamato “Cosmodrome” (2012), in uscita su Rawax, l’anno in corso ti annovera quale protagonista assoluto con “The Burning Love Ensemble” (2012) su Royal Oak e “Stratagalastico” (2012) su Abstract Forms. In che modo i luoghi della Scozia o l’Inghilterra hanno influenzato la tua visione musicale?

Non importa dove si vive. Uno studio è sempre una stanza con quattro pareti, senza dimenticare la presenza di un vicino di casa che si lamenta. L’ispirazione giunge da altri luoghi e, finché non inizierò a lavorare con Deadmau5 e Tiesto, temo che la vista dalla mia finestra mi suggerirà ben altro e sarà sempre qualcosa di differente rispetto la veduta al lago di Como, del porto di Sydney e via dicendo.

Hai remixato, anche come Octogen, brani per artisti come Terrence Dixon, Orlando Voorn, The Black Dog e altri. Qual è il tuo approccio al remix?

A volte aggiungo parti alle tracce per dar vita al remix, altre volte è tutto si basa su un certo sample che rimanda al brano originale. Insomma, la tecnica può cambiare.

Arne Weinberg, DJ Sprinkles, Marco Passarani, Paul Mac, Redshape e molti altri: che cosa si prova ad ascoltare un tuo brano remixato da artisti del genere?

È bello ascoltare ciò che artisti di quel calibro fanno con i miei sample.

C’è, però, un altro remixer che manca all’appello precedente. Circolano voci su un misterioso ‘heavyweight remix pack’, chiamato “Remixes, Reshapes And Washing Machines” (?), ovviamente in orbita Frustrated Funk, che avrebbe dovuto ospitare versioni rimodellate a cura di E.R.P., Heinrich Müller e Ovatow del tuo primo album solista. Il numero di catalogo dovrebbe essere FRMXS001 ma, oltre qualche riga nella tua biografia su MySpace, non c’è molto altro.

Non so se questo disco vedrà mai la luce, perché proprio Wilco Klen van Bennekom è un po’ incerto su come i vari remix possano funzionare insieme. In tutta onestà, si tratta di remix di artisti che stimo molto, a cominciare proprio da Heinrich Müller, ed ero quasi ansioso di ascoltarli in vinile. Al momento, non so come andrà a finire.

Il rapporto con Clone Records è stato cruciale durante gli ultimi anni, ma le tue release sono state rilasciate anche da altre etichette. Sei stato tu a proporti?

Quando ho iniziato, ho provato a rilasciare dischi sul maggior numero possibile di label, in modo da coinvolgere più ascoltatori. Dopodiché, ho capito che, forse, ‘less is more’ ed è meglio canalizzare le proprie opere attraverso alcuni distributori. Ho limitato un po’ la mia produzione, rilasciando pochi dischi l’anno e su specifiche etichette.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Sono a lavoro su un nuovo album per Crème Organization. Presto saranno disponibili altre mie release su Clone Records, Futureboogie Recordings e Rawax.

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