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Stochastic Resonance

Un fenomeno fisico come punto di partenza, poi prodotti di alta qualità e altre suggestioni multimediali. Da una parte la sperimentazione, dall’altra l’armonia. Stochastic Resonance è un network di artisti votati a forme sonore di comunicazione sempre più profonde e, soprattutto, in continuo dialogo con le immagini impresse su carta o in evoluzione sugli schermi. Un’idea che, in tempi non sospetti, ha stimolato le menti creative di Dario Colozza e Lorenzo Ciciani, in arte Ynaktera e Scual, pronti a dare un nuovo corso alla label, tra stampe in vinile, è il caso di “Amplification Of Movements” (2017) di Agan o “Rivera” (2017) dei Curved Grooves, e interessanti progetti futuri.

Com’è nata l’etichetta?

Y: L’idea di fondare Stochastic Resonance è nata intorno al 2010. La nostra esigenza era di unirci in gruppo per poter fare qualcosa in più e cercavamo, ovviamente, un nome che marcasse un’appartenenza elettronica e un aggancio alla contemporaneità. Io avevo letto un libro sul rumore ed ero rimasto colpito dal fenomeno fisico della c.d. risonanza stocastica: associando un rumore casuale a un suono basso o quasi impercettibile, in termini matematici denominato stocastico, la percezione del primo incrementa, quasi per magia, in maniera rilevante. Ed era ciò che intendevamo fare insieme tramite un’estetica digitale, per far emergere un qualcosa di nostro, ascoltabile o visibile. Questo aspetto finì per interessare anche gli altri membri di Stochastic Resonance.

S: L’idea di partenza era creare un network di artisti con differenti background alle spalle. Unire le forze per creare qualcosa anche di più ‘intenso’, proprio facendo leva su questi contenuti diversi. Tra i membri del collettivo abbiamo, infatti, produttori che si dedicano da tempo all’elettronica, ma con una base di musica classica, rock o metal. Poco alla volta, è stato necessario curare maggiormente questi contenuti, inserendoli all’interno di una piattaforma per poterli presentare al prossimo. Tutto è iniziato come un gioco. Quando abbiamo notato che c’era anche un pubblico attivo, pronto a rispondere in maniera positiva ai nostri input, abbiamo pensato a come condensare alcuni progetti in un contenitore, da lì in avanti, ecco l’etichetta.

Y: Il nome Stochastic Resonance è funzionale al nostro intento di lanciare proposte diverse. L’ascoltatore si trova sempre in una condizione nuova e, così, mette da parte ciò che immaginava. Il network creato è abbastanza ampio. La sfida è sempre la stessa: fare qualcosa in più, sempre un passo avanti nella nostra proposta percettiva.

Quali sono state le vostre scelte editoriali?

S: Ci sono dei punti estetici, in termini audio e video, su cui abbiamo una visione concorde. Sicuramente, tutto ciò che mi emoziona, mi stimola a indagare su un artista. Se il lavoro sottopostoci è valido, ci interessiamo subito, non badando a quanto realizzato dallo stesso in passato. Nel caso in cui, invece, ci imbattiamo in un bravo artista che ha, però, qualcosa di differente da proporre, è normale dargli lo stesso il benvenuto all’interno del network, cercando di indirizzarlo dove vediamo il potenziale di una nuova permutazione di quei canoni estetici che più o meno ci siamo stabiliti. In questa maniera tante persone sono state coinvolte poco alla volta in Stochastic Resonance. Mi viene in mente, ad esempio, Akamoi, una ragazza dolcissima, ma molto riservata. L’abbiamo conosciuta prima come persona e, solo in un secondo momento abbiamo ascoltato alcuni suoi lavori che, in un certo senso, sono compatibili con la sua personalità. Pubblicare il suo “Enki” (2013) è stato un atto dovuto.

Y: In un certo senso, è necessario ‘stocasticizzare’ il produttore di turno. Dopodiché, la nostra porta è aperta e, infatti, abbiamo accolto un produttore giapponese come Kenta Kamiyama che ci ha conquistati con alcune tracce dal grande candore.

Qual è il ruolo dei visual e delle copertine?

S: Nasco come visual artist. È fondamentale il video durante la performance. In determinate circostanze, però, abbiamo anche sviluppato dei live privi di visual, affinché fosse la musica in primo piano. Il video è un’arma a doppio taglio sul piano più specifico della fruizione musicale. Da una parte, arricchisce la performance. Dall’altra, può distrarre lo spettatore, che, prestando meno attenzione, può relegare la musica ad un sottofondo. Fondamentale individuare l’elemento chiave della performance o dell’installazione. Ogni volta stabiliamo a priori cosa fare. Anche l’aspetto grafico conta molto. Non sono un vero designer. Le prime copertine le ho realizzate in maggioranza ‘smanettando’ con vari tool e codici in maniera random. Ho meno difficoltà nel realizzare un artwork, sul fronte del design faccio, però, più fatica. Per fortuna, abbiamo conosciuto il graphic designer Giuseppe Colonna con cui abbiamo instaurato una collaborazione e per le ultime release ci siamo avvalsi della sua competenza.

All’inizio, facevo continui esperimenti che mettevo da parte. Tra questi progetti incompiuti, poteva esserci quello giusto, in continuità con il materiale di qualche progetto su cui stavamo lavorando. Fu così per la nostra prima release, la compilation “1111011” (2011), un album all’insegna del minimalismo, anche se, a conti fatti, ce n’era ben poco nella musica stessa. Il punto di partenza era caratterizzare nel miglior modo possibile l’uscita. In tal senso, mi dedicai a un che di minimal. Con la compilation “1212012” (2012), qualcosa era cambiato in termini di identità, eravamo anche più forti in termini di visione artistica, quindi, ho optato per una copertina più colorata, aperta, per dare risalto alle varie anime presenti all’interno di quel progetto.

In seguito, ho provato a espandere il legame tra musica e artwork. A partire dall’album dei Kolmitt, “Chain Session” (2015), ho cercato di esprimere il dialogo che si instaura tra il musicista e me medesimo sempre di più sul fronte visivo. E, proprio perché partecipo in prima persona alla creazione del disco stesso, mi ritrovo ad avere un posizione privilegiata nel osservarne l’intera evoluzione. In questa maniera, sviluppo le grafiche di pari passo alla musica. Ad esempio, in occasione di quella per Ghostphace, ho collaborato con lo street artist Hogre per riflettere al meglio quelle note distopiche dal sapore fantascientifico che provenivano dalla release. Probabilmente, abbiamo realizzato un centinaio di artwork differenti prima di quello definitivo.

Y: In buona sostanza, c’è sempre quel filo che riconduce al nome. Ogni volta che penso di scrivere musica, di suggerire le grafiche al mio partner, di coinvolgere qualche artista in un progetto, mi interrogo preventivamente se non ci sia una componente di casualità. I triangoli per la copertina di “1111011”, i quadrati per quella di “1212012”, una matrice per il mio album “permutation.a” (2013). E se quest’ultima stimolasse un’altra visione? Gli stessi video di Scual non potrebbero far vedere un’altra realtà allo spettatore? All’interno del nome giace la voglia di individuare declinazioni diverse con cui far risuonare il caso, cioè emozionarsi con un che di non preventivato. Ogni volta che pubblichiamo un disco, vuol dire che è avvenuto ciò dapprima in noi.

S: A essere sinceri, anche il nostro incontro è frutto della casualità. Il primo contatto è stato on-line. Ho iniziato il mio percorso artistico come vj. Dopo pochi anni, la spinta interiore non era più sufficiente. Era tutto abbastanza ripetitivo. Anche artisticamente parlando i video non erano valorizzabili. Ero irrequieto. Cercavo qualcosa o qualcuno con cui arricchirmi, in modo da poter tirare fuori anche quegli stessi progetti che avevo da parte e che non riuscivano a trovare la giusta via di fuga. Sfogliando vari profili SoundCloud, mi sono imbattuto in quello di Ynaktera e ho individuato un paio di brani interessanti. Da lì è stato amore. E abbiamo scoperto anche di abitare vicini!

Ynaktera: Un punto in più per provarci e capire se, tra i nostri contatti, ci fosse qualcun altro interessato a collaborare con noi, che condivideva questo nostro stesso bisogno. La risonanza è un fenomeno bellissimo. Nikola Tesla disse che se fosse stato in grado di individuare la frequenza di risonanza della Terra, sarebbe riuscito a spaccarla in due. La risonanza è quel fenomeno in cui se un oggetto riesce ad accordarsi a un altro, pur non toccandolo, lo mette in movimento. La risonanza ha un effetto devastante e degli effetti imprevedibili. È un concetto poco conosciuto, ma molto importante.

Che cos’è, invece, il rumore?

Y: L’insieme del tutto. Noi abbiamo la fortuna, come artisti di frontiera, di poter far uso del rumore. Quest’ultimo può essere equiparato al bianco, cioè all’insieme completo dei colori, delle cromature possibili. Mentre il suono puro equivale a un nero, a un qualcosa di indipendente. Mi piace creare contrapposizione tra colori, così come renderli dinamici. Non solo rumore o soltanto suono puro. Sono anche lati della stessa medaglia.

S: Il rumore è legato alla contemporaneità. Non tutti si rendono conto che il rumore può essere associato alla musica, all’ascolto e, per questo, è particolarmente affascinante.

Quali sono le vostre ambizioni?

Y: Lasciare un segno di qualità, che racconti la ricerca di artisti di talento nel proporre qualcosa di nuovo e con un anima. Tutto è cominciato in maniera spontanea. Ci siamo divertiti molto. E questo divertimento, associato alla possibilità di essere liberi da vincoli, ci spinge ad andare avanti. La ‘magia’ è l’aver trovato un mezzo elettronico che ci accomuna. È bello anche condividere in rete la nostra passione, dal sito agli mp3, e trovare un riscontro sincero. Se tutto ciò è nato e cresciuto in modo genuino, perché non strutturarlo ancora al meglio? Lo dobbiamo a chi ci segue. Non abbiamo avviato un’etichetta per fare solo glitch o noise. Vogliamo offrire emozioni in modo ampio, facendo leva proprio sulla solita ‘risonanza’ delle varie componenti.

Che approccio avete nei confronti delle demo?

Y: Con nostra grande meraviglia, ne abbiamo ricevute tantissime nell’ultimo periodo.

S: Demo ambient, anche se non abbiamo stampato così tanti dischi affini al genere.

Y: Il nostro atteggiamento è di grandissimo rispetto, perché ricordo quando, da chitarrista, sognavo di realizzare la mia demo e fare in modo che qualcuno la ascoltasse. A volte, non è facile rispondere a chi si propone. La domanda altrui merita una risposta ponderata. Noi ascoltiamo tutto con piacere, senza pregiudizi, in attesa della risonanza.

Quale disco altrui avreste voluto stampare?

Y: “Multifunktionsebene” (2001) di Apparat. Un album sorprendente, che ha cambiato il mio modo di ascoltare musica, fondato su un’IDM ricercata. Mi piacerebbe stampare anche qualcosa di Taylor Deupree, certi suoni ambient farebbero bene alla label.

Scual: Da fan di Steven Wilson, sarebbe interessante riavvicinare il frontman dei Porcupine Tree a un progetto elettronico, magari ‘stocasticizzandolo’ un poco.

Perché il cd e non il vinile?

S: Ciò che offro al pubblico deve essere il top. Deve essere un qualcosa di fisico, un oggetto che rimanga nel tempo, che si possa toccare, che prenda persino polvere e che, tra anni, sia ascoltabile. Riserviamo, infatti, una particolare attenzione al packaging. Oggigiorno, il problema del vinile è affrontare certi costi. Per celebrare il terzo e conclusivo atto della c.d. ‘trilogia dei numeri’, “1112013” (2013), abbiamo scelto il vinile. È stato un passo molto importante, seguito di recente dal 12” di Agan, “Amplification Of Movements”. Inoltre, anche il digitale ha un suo valore. Non sono neppure tra quelli che si oppongono a priori alla diffusione musica in digitale: in assenza di musica in digitale e streaming non avrei potuto allargare i miei orizzonti. C’è anche lo spulciare nei negozi di dischi, certamente, ma non tutto si trova sui bancali e, qualora si trova qualcosa di interessante, spesso sono i soldi a mancare. Nonostante ciò, chi ha un certo rapporto con la musica lo apprezza veramente tramite altri formati. I file sono volatili.

Y: I follower del nostro catalogo comprano tanto dischi interi quanto singole tracce in digitale. Lasciare la possibilità di scegliere persino tra mp3 o flac è un qualcosa in più.

S: Ormai è troppo facile cliccare play. Chi ascolta i file, persino in alta definizione, rischia di perdere lo stesso qualche dettaglio. L’attenzione cala poco alla volta. Ascoltare un cd o un vinile significa prendere uno di questi oggetti, estrarlo dalla custodia e inserirlo in un impianto di riproduzione. Sono gesti che preparano alla ricezione della musica. Il digitale è ottimo per conoscere, ma non per ascoltare in maniera profonda.

Com’è cambiato il mercato?

S: I criteri alla base del mercato si sono invertiti. Non si organizza più un tour per promuovere un album ma, piuttosto, è favorito quell’artista che riesce ad andare in tour con o senza album. È giusto fare concerti, logico esibirsi per vivere di musica ma, di pari passo, non vorrei che questo shift faccia investire di meno nella musica. Alcuni degli album più belli degli ultimi cinquant’anni sono stati possibili soltanto grazie a corposi investimenti. Allo stesso modo, è stata graduale la sostituzione di figure come talent scout con talent social che affollano differenti network, laddove sono i like a contare maggiormente, a scapito della vera bravura, orientando il pubblico.

In che modo Roma, l’Italia e ciò che vi circonda influenza le vostre scelte?

Y: Non mi dispiacerebbe prendere in esame l’idea di realizzare un disco su Roma. Siamo romani. Siamo radicati sul territorio. Potrebbe essere un bel tributo. Confrontandomi con altri musicisti, ho compreso che la Capitale non offre grandi opportunità a chi tenta la via sperimentale, mentre città come Berlino, Londra o Parigi riservano particolari spazi a ciò che ci interessa di più. Una riflessione sorge spontanea: le tecnologie di cui siamo in possesso ci mettono nelle condizioni di agire in ogni direzione anche se abitassimo in Uganda. Siamo artisti delocalizzati. Questo può essere un bello spunto. All’inizio, ci tenevo ad apporre il ‘made in Italy’ sui dischi della label, ma l’importante è ascoltare la nostra musica. Per il resto, usando l’inglese, possiamo raggiungere chiunque.

S: Roma è una città di contraddizioni. Moderna sotto alcuni punti di vista e, contemporaneamente, ancorata ai retaggi del passato. Eppure esprime un singolare calore malgrado la sospensione nel tempo. Mi sento romano in termini di sensibilità. Certa musica elettronica può essere fredda. Ciò che mi piace pensare di aggiungere alla nostra è proprio il calore che ci contraddistingue in positivo come popolo.

Quali sono i progetti futuri?

S: A breve, pubblicheremo una nuova release della serie lab, cioè “Rivera”, 12” d’esordio dei Curved Grooves, un duo romano con cui collaboriamo da un anno. L’EP contiene cinque tracce orientate su sonorità dancefloor che, forse, sembrano poco affini ai canoni dettati da Stochastic Resonance. Nonostante ciò, abbiamo ritenuto che le loro idee non si discostassero molto da quell’estetica ‘stocastica’ che abbiamo più volte citato in precedenza. Il loro mix d’influenze ci è sembrato particolarmente adatto alla collana lab.

C’è poi il ritorno di Kenta Kamiyama. La data d’uscita del suo nuovo album è ancora da definire, ma il materiale è quasi tutto pronto, tocca rifinire gli ultimi dettagli. Su scala più ampia abbiamo un vecchio progetto, incentrato su Roma, che abbiamo ripreso in mano. Sarà un progetto multimediale, non una release di musica in senso stretto, comprenderà anche un app per smartphone. Ciò è in linea con una nuova direzione del collettivo Stochastic Resonance, orientato verso produzioni più ampie e focalizzate non solo sulla musica. Ho, inoltre, un po’ di progetti personali da portare avanti e, quindi, buona parte del mia attenzione sarà focalizzata, almeno nel medio periodo, su quest’ultimi.

Y: Al di là della gestione delle release Stochastic Resonance, parteciperò con Scual al progetto su Roma. Sul piano personale, ho già avviato una collaborazione con alcuni artisti in orbita musica classica e contemporanea e mi farebbe molto piacere lavorare su una mia release più ‘matura’, nella quale tornare a inserire il suono della chitarra e anche testi cantati, dei quali comincio a sentire una profonda mancanza.

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