AIR – The Virgin Suicides

AIR – 'The Virgin Suicides (Original Motion Picture Score)' (2015)

Amour, Imagination, Rêve. Tre parole francesi compongono uno degli acronimi più famosi di sempre della storia della musica, cioè AIR. Sin dagli esordi, il duo di Versailles, composto da Jean-Benoît Dunckel e Nicolas Godin, ha trasformato in musica i concetti propri del loro nickname, l’amore, l’immaginazione e il sogno. Elementi propri anche della loro prima colonna sonora. “The Virgin Suicides” (2000), realizzata per il quasi omonimo film “Il Giardino Delle Vergini Suicide” (1999) di Sofia Coppola, rappresenta uno dei punti più alti della carriera degli artisti francesi, nonostante fosse soltanto il loro terzo album in un triennio, da reinterpretare, a distanza di tre lustri, come un personale, e forse nostalgico, sigillo impresso sulla musica del ventesimo secolo.

Dopo aver composto le musiche per “The Virgin Suicides”, tutto è cambiato. Prima la gente pensava che fossimo ‘spazzatura bianca’, ma quando hanno sentito la colonna sonora, così profonda e magica, abbiamo acquisito maggiore considerazione. Ciò è dovuto al fatto sia che la band è stata associata al nome di Sofia Coppola che alla grande cultura cinematografica della Francia.

Affatto casuale la scelta dei due ex studenti di matematica e architettura di fare buon uso di apparecchiature vintage per riportare in auge un sound volutamente retrò e di facile ascolto ma, oltre l’apparenza, anche complesso nelle sue stratificazioni. In un sol colpo gli AIR hanno recuperare e reinterpretato generi quali chill-out, disco, exotica, lounge, coniugarli con gusto. Gli strumenti tradizionali – chitarre acustiche, sassofoni, sintetizzatori, violini e vocoder – sono stati perciò affiancati dagli ultimi ritrovati della tecnologia, senza però increspare la qualità loro brani, resi ancora più onirici e assolutamente slegati dalla realtà sonora di fine anni Novanta. Sotto contratto con la Virgin, il duo pubblica uno straordinario album d’esordio, “Moon Safari” (1998).

Un milione di copie dopo, la psichedelia non si è esaurita. In anticipo sul nuovo millennio, gli AIR – trasformatisi in esponenti ‘colti’ del french touch accanto i Daft Punk – pubblicano “Premiers Symptomes” (1999), raccolta di precedenti singoli e bonus track di matrice ambient e, poi, accettano l’incarico affidatogli dalla figlia di Francis Ford Coppola, al debutto dietro la cinepresa. Tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides (1993), basato su una storia realmente accaduta, il film racconta in fotogrammi le vicende di cinque affascinanti ragazze, le sorelle Lisbon, ingabbiate dai limiti di un’età compresa tra i tredici e i diciassette anni e prigioniere dell’ossessiva madre, per uno spaccato di una Detroit borghese, oltremodo perbenista e religiosa, nel pieno di un fermento culturale.

Abbiamo incontrato Sofia Coppola quando uscì “Moon Safari” e lei ci parlò di questa pellicola e di come intendeva musicarla. Così abbiamo prima letto il libro, ed era davvero oscuro, poi composto la musica. Quando la regista ci inviò una videocassetta del girato, sembrava altrettanto buio. Eppure quando ho visto il montaggio finale del film, l’ho trovato molto più leggero.

“Il Giardino Delle Vergini Suicide”, ambientato nel 1974, descrive un’adolescenza tanto soffocata sul piano sessuale quanto soffocante perché vissuta nella periferia-tipo degli Stati Uniti. Il suicidio collettivo delle giovani diviene, quindi, la definitiva e violenta risposta ai continui impedimenti orditi dai genitori per evitare loro qualsiasi tipo di rapporto con rappresentanti dell’altro sesso. Primo capitolo di una trilogia sui differenti gradi di solitudine delle donne – i cui successivi episodi “Lost In Translation” (2003) e “Marie Antoniette” (2006) saranno altrettanto fortunati al botteghino – la pellicola deve, però, parte della sua carica evocativa alla simbiosi tra immagini e musica.

Dalla loro sovrapposizione emerge un mix di sentimenti contrastanti, tra angoscia e desiderio. “The Dark Side Of Moon Safari”. Jean-Benoît Dunckel e Nicolas Godin hanno definito così la soundtrack, intrisa di atmosfere prog e continue reminiscenze alle ardite sperimentazioni dei primi Pink Floyd. Un progetto affatto minore, ma organico, ugualmente ‘lunare’ e accompagnato da una sezione ritmica in carne e ossa, con Brian Reitzell, già consulente musicale del film, alla batteria.

Mi ricordo che quando guardai “The Virgin Suicides” al cinema, mi sentii in trappola. La centralità della colonna sonora ruota attorno al fascino della morte, alla sensazione, da morti, di avvertire il proprio spirito galleggiare e su come si possa improvvisamente provare un senso di libertà dalla Terra, da tutto ciò che si è e dall’odiato mondo degli adulti.

Il lato A prende il via con l’unica traccia cantata, la sinuosa ballata Playground Love, supportata dalla voce di Gordon Tracks, un autentico outsider, e impreziosita dagli assoli di Hugo Ferran al sassofono. All’unica divagazione smaccatamente pop, divenuta poi sottofondo anche dello spot di una nota marca di jeans, fa da contraltare Clouds Up, che emerge da una coltre di nebbia. Se Bathroom Girl ha un incedere decisamente rock, Cemetary Party impone un brusco rallentamento all’ascolto.

È un sordo battito meccanico a scandirne il tempo. Impercettibili note d’organo e un coro di eteree voci femminili ne completano la cornice. Echi e presagi funerei si concentrano e si addensano anche nella successiva Dark Messages. Regna la malinconia. La batteria e il basso di The Word ‘Hurricane’ come una mano tesa che attende di essere stretta. Una voce fuori campo spiega il perché del titolo e ha inizio una piccola tempesta, prima di una caduta in picchiata. La cavalcata Dirty Trip rappresenta, invece, un’anomalia solo per la durata di sei minuti ma non si distacca dal copione, con oscillazioni sonore.

Quando ci ritrovammo a registrare le percussioni e alcuni dei principali brani per il film, sono stato davvero male e ho avuto una terribile febbre, con picchi di quaranta gradi durante tutta la settimana in cui eravamo impegnati in studio. In tutta onestà, credo che la febbre sia confluita nella musica. Il mio corpo era caldo e tutto è successo parecchio in fretta.

Sul lato B, High School Lover (Theme From The Virgin Suicides) recupera l’impalcatura strumentale del primo brano, privo di alcuna componente vocale. Tra archi e deviazioni Moog scorre placida Afternoon Sister. Dopodiché, con Ghost Song subentra la vera paura: il ruggito del sintetizzatore si combina alla freddezza della chitarra, preannunciando un epilogo, purtroppo, tragico. Alla scheggia impazzita Empty House si contrappone Dead Bodies, un crescendo di percussioni nell’occhio del ciclone elettronico. La voce processata al computer di Suicide Underground l’epitaffio per l’ultima mesta sinfonia. Quindici anni dopo, “The Virgin Suicides (Original Motion Picture Soundtrack)”, ristampato in vinile (2015) per conto della Parlophone e Warner Music France, non ha smarrito una goccia del suo smalto kitsch.

Ho odiato essere adolescente. È stato un periodo davvero orribile, e anche se ho avuto buoni amici, sono felice di non esserlo più. Da ragazzo, non è possibile uscire con tutte le ragazze che ti piacciono della tua classe, perché preferiscono uomini più grandi. Personalmente, ho aggiunto ciò alla colonna sonora, questa idea di non essere amati a sufficienza.

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