Africa In Me

Mr Raoul K

Mr Raoul K è un ‘personaggio’ come pochi. Le sue parole colpiscono per una certa profondità. I temi trattati nel corso dell’intervista, a volte, sono tutto tranne che banali. La sua intima connessione con la sua terra natia, la Costa d’Avorio, è struggente, anche laddove la fredda Germania l’ha accolto bene sin dal suo arrivo, colpendolo al cuore con l’inattesa positività della Love Parade. Raoul Konan è, inoltre, un vero irriducibile del vinile, intenzionato a propagandare buona musica dalle mille influenze registrata, spesso, con il minimo ausilio del computer. Le sue dichiarazioni offrono una panoramica sul suo pensiero e rispettivo modo di agire, laddove esistono tangibili differenze non solo tra Europa e Africa e, purtroppo, altrettanti pregiudizi e drammatiche realtà.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Il mio primo contatto con l’elettronica è avvenuto nel 1998 durante la Love Parade di Berlino. All’inizio non fu tanto la musica a colpirmi, ma la felicità e l’atmosfera tranquilla a cui assistevo. Appena tornai ad Amburgo comprai, con tutti i miei risparmi, due giradischi, un mixer e i miei primi due 12”: “House Music” (1997) di Eddie Amador su Yoshitoshi Recordings, che ancora suono da quel giorno, e uno di DJ Tonka.

Hai uno o più dischi che ritieni necessari da ascoltare?

Ho diversi dischi a cui tengo particolarmente e di cui sono orgoglioso di avere su vinile. Li ascolto di continuo. Sono un collezionista e ne acquisto molti anche che non utilizzo affatto nel corso dei miei dj-set. Nonostante ciò, in certe occasioni possono fare al caso mio, penso all’impatto che ha avuto un album come “Oxygene” (1976) di Jean-Michel Jarre alla mia serata al Panoramabar. Non sono un nerd, ma è importante avere una conoscenza di tutti i generi che hanno influenzato la musica elettronica, come il jazz o la musica africana. Nomi come Fela Kuti, Ali Farka Touré, Salif Keïta o Toumani Diabaté hanno avuto un enorme influenza su di me.

Quali artisti ti hanno influenzato in passato?

Sono molti quelli che mi hanno influenzato quando ho iniziato a produrre e, addirittura, mi ispirano da quel primo periodo. Il loro modo di avvicinarsi alla musica è stato importante e mi confronto continuamente con questo. Credo, però, che l’influenza più importante sia legata alla mia infanzia, a un livello di subconscio. Molte delle tecniche che uso in sede di produzione provengono da quello che ho imparato da bambino. Inoltre, sono stato esposto a un sacco di musica mandinga, che non è propria della mia cultura, ma ha ugualmente avuto un grande ascendente su di me.

Da oltre quindici anni risiedi in Germania. Il gruppo elettronico locale, per eccellenza, sono i Kraftwerk. Figurano anche loro tra i tuoi riferimenti sonori?

Non ho nulla dei Kraftwerk e non hanno mai avuto una qualche influenza su di me. Sono citati come influenti da parte di molti, ma non nel mio caso. Tuttavia, è innegabile che la loro eredità sia importante e incida sulle opere di innumerevoli musicisti.

Quanto tempo dedichi alla ricerca di nuova musica?

Trascorro un sacco di tempo su Discogs.com e nei negozi di dischi di seconda mano a cercare brani per le mie serate. Per esempio, una traccia del 1992 potrebbe essere totalmente nuova per un giovane clubber. Credo che anche i vecchi brani abbiano altre qualità. Non sono un grande fan di tutte le tracce prodotte oggi con Ableton, suonano tutte uguali. Ricorrono agli stessi suoni e non cercano di esplorare le possibilità del software. È tutto di un livello base per quanto mi riguarda, c’è una mancanza di qualità. Lo si può dire subito, anche se la traccia è assai semplice.

Al di là del tuo diverso genere musicale, che cosa ne pensi del progetto Drexciya?

Non ho particolari conoscenze a riguardo. Ho fatto delle ricerche e la loro musica è fantastica. Alcune tracce potrebbero essere perfette per i miei dj-set.

Il nome Drexciya è, non a caso, riferito a un mito paragonabile a quello dell’Atlantide di Platone, che il gruppo rivela nelle note di copertina del loro album “The Quest” (1997): si tratta di un paese sottomarino popolato dai bambini non ancora nati, gettati in mare dalle navi negriere dalle gravide africane destinate a diventare presto schiave in un altro continente. Feti che si erano adattati a respirare sott’acqua già nel grembo della madre. Tu sei nato in Costa d’Avorio. Come ti senti a essere in Germania da venti anni? Che cosa hai lasciato della tua patria?

Ho lasciato la Costa d’Avorio nel 1992. Ora vivo a Lubecca e posso dire che sono molto felice di essere qui in Germania, un paese molto sociale che si prende cura della sua gente. Anche come artista di musica elettronica mi sono sentito molto ben accolto qui, credo che avvenga la stessa cosa con gli sportivi. A essere veramente onesto, non è sempre così semplice, tanto più per uno straniero ‘nero’, perché ci sono alcune forme di discriminazione che sono abbastanza ovvie.

Nonostante ciò, penso che non sia specifico della Germania e abbia più a che fare con la realtà della vita di neri residenti in altri Paesi occidentali. Qui ho incontrato tante persone meravigliose e genuine nel corso della mia carriera che mi inducono a pensare positivo. Eppure quando si guarda il mondo in questi giorni è abbastanza deprimente vedere il danno causato dall’avidità anche al più vicino di casa. Il modo in cui certi politici africani si comportano a volte mi fa rivoltare. Vorrei che il messaggio universale della Love Parade potesse raggiungere il maggior numero di persone.

Il tuo album “Mande” (2012) sarà rilasciato a breve su Still Music e costituirà il naturale seguito del tuo primo “Introducing My World” (2011), pubblicato via Mule Musiq. È stato quest’ultimo un punto di svolta per la tua carriera?

Dal momento che “Mande” è stato registrato prima di “Introducing My World”, penso che sia il mio ingresso reale nel mondo dell’elettronica. Non ho ancora raggiunto un punto di arrivo. Forse, ci riuscirò con un disco di musica classica. Chi lo sa?

Che tipo di sensazioni hai provato nel registrare con la tua vecchia band?

Quando vado in Africa non si impara nulla di nuovo, semmai cerco di dire ai miei fratelli di sentirsi orgogliosi della loro storia della musica e della cultura. Quando lavoro con loro voglio che a emergere sia la music,a che è puramente africana senza influenze occidentali. È triste osservare chi cerca di imitare il rap con chitarre o pianoforti elettronici. C’è questa idea in Africa che, se si utilizzano gli stessi strumenti di produzione rispetto ai Paesi occidentali, potrebbero farsi notare.

Naturalmente, avviene l’esatto opposto. Nonostante ciò, disponiamo di strumenti incredibili in Africa che dovrebbero essere usati. Di questi tempi, in Europa, le persone utilizzano mezzi virtuali, ricreano strumentazioni tramite software ed è un po’ un peccato quando esistono veri balafon. Nel caso di “Mande”, tutto è successo in fretta, ho trascorso tre settimane in Africa per le registrazioni e un anno nel mio studio.

Qual è la tua attrezzatura da studio? Come ti relazioni con il mondo digitale?

Lo studio non è molto importante, il mio obiettivo è porre maggiormente l’accento sul messaggio che intendo trasmettere con la mia musica. Ovvio, quest’ultima deve suonare bene, ma l’idea dietro una traccia ha più importanza di qualche trucchetto. Utilizzo un computer per tagliare le tracce, per registrare e per gli accordi, ma la musica deve conservare un lato umano. La quasi totalità delle musica presente in “Mande” è stata registrata dal vivo con strumenti analogici.

Non sono un fan del formato mp3, non ne ho mai comprato o suonato uno e, in realtà, non ho mai suonato neppure un cd. Mi sono dedicato al vinile. L’unico aspetto positivo di questo mondo digitale è che permette agli ascoltatori di accedere a molti suoni, disponibili per tutti e non per una ristretta élite. Internet ha permesso ai piccoli produttori come me di avere una piattaforma attraverso la quale presentare le proprie opere. Ognuno è libero di esprimersi, però qui giace anche l’aspetto negativo, perché non vi è alcun tipo di controllo sulla qualità di ciò che viene immesso in rete.

Oltre ciò, il problema maggiore è la pirateria. Se devo pagare centinaia di euro i miei musicisti per lavorare e, poi, vendere soltanto trecento dischi, difficilmente recupererò il mio investimento iniziale. Se a ciò si aggiunge il problema della pirateria, diventa quasi impossibile sopravvivere per quelli come me. La condivisione di file ha causato danni enormi. In che modo posso continuare a fare il produttore? Ritorno in Africa solo per registrare, il viaggio costa parecchio. Se la gente scarica gratis la musica, anziché comprare i dischi, non ci sono le condizioni per andare avanti.

Quando pensi che una traccia sia completa?

Il processo per la realizzazione di un brano prende un bel po’ di tempo. Prima di essere convinto che la traccia sia pronta, e che non abbia bisogno di cambiare niente altro, devo ascoltarla più volte, in genere nella mia auto dove mi trovo in uno stato d’animo completamente diverso da quello che ho in studio. Ad esempio, ho iniziato a lavorare su una traccia denominata No Expectations circa otto mesi fa e ancora non è stata ultimata, perché è abbastanza complessa la amo molto. D’altra parte, ho completato un altro brano chiamato Do My Thing in una sola notte, ma questo è stato davvero progettato solo per essere un massiccio strumento da club.

Com’è lavorare, invece, con i Wareika per “Le Triangle Peul” (2010), Atito Kpata per “Neo-Evoultion 02″ (2012) e tanti musicisti per “Le Cercle Peul” (2008)?

È sempre un piacere lavorare con altri artisti. Collaborare con i Wareika e Atito Kpata è stato molto facile. Con i Wareika non abbiamo condiviso del tempo in studio: ho prodotto una versione grezza del brano e, poi, loro hanno aggiunto la loro parte, cioè l’assolo di chitarra. Erano perfettamente consapevoli del sound siccome abbiamo la stessa visione della musica. Stesso discorso per Atito Kpata, africano come me. Non ho dovuto dirgli granché, al mio stesso approccio musicale. Ho realizzato il beat e gli arrangiamenti nel mio studio. Con “Le Cercle Peul” è stato, invece, diverso. I miei musicisti hanno la tendenza a esagerare e ho dovuto fare attenzione quando si è trattato di scegliere esattamente ciò che volevo. I miei turnisti africani non hanno, forse, idea della dance music europea, quindi, di solito li lascio volentieri improvvisare un po’. Dopodiché, utilizzo soltanto alcune delle parti che hanno registrato sotto la mia supervisione.

Dal 2008 in poi, hai pubblicato un buon numero di dischi all’anno. In attesa dell’ennesimo, come scegli i loro titoli? Ognuno sembra rimandare costantemente alle tue radici o a culture locali: ad esempio, l’isola di Gorée, in Senegal, era il luogo dove erano  trattati gli schiavi, e altrettanto importanti per la storia sono le città di Abuja in Nigeria e Gao in Mali, così come i gruppi etnici Mande e Peul.

La mia ispirazione principale non è necessariamente la musica. In “The African Government” (2010), ad esempio, ho cercato di esprimere il mio sentimento verso il comportamento di alcuni leader africani, gli alti e bassi e la tristezza che si trovano nel Continente Nero. Nonostante ciò, la musica resta sempre il lato più colorato dell’Africa, il lato più festoso. Così è come mi sentivo quando ho lavorato per questo 12”.

Così quando ho registrato una traccia come Bardot, dedicata alla più grande bidonville dell’Africa orientale, di cui soltanto poche persone hanno mai sentito parlare. Nel caso, poi, di “Winds Of Goree” (2009), ho cercato di immaginare i sentimenti degli schiavi su una nave in viaggio verso l’America. Il punto è che quando non si assumono droghe diviene necessario essere molto creativi o avere un sacco di fantasia.

In che modo riesce a mescolare i vecchi suoni organici e i nuovi elettronici propri di due continenti a volte così distanti come l’Africa e l’Europa?

La musica africana è sempre stata dentro in me ed è venuta fuori in modo spontaneo nel momento in cui ho cominciato a produrre tracce. Se fossi rimasto in Africa, non sarei ma diventato un musicista. Trasferirmi in Europa è ciò che ha contribuito a esprimermi al meglio su un livello prettamente musicale. Sono convinto che ognuno di noi abbia un talento donato da Dio: la gente dovrebbe credere di più in ciò che fa.

Ti aspettava recensioni positive sul tuo conto? E, in futuro, ti piacerebbe realizzare una colonna sonora per un qualche film ‘impegnato’?

È bello leggere dichiarazioni positive sul mio conto, ma non credo che la gente capisca sempre la mia musica. A volte, se non si dispone di una comprensione della tradizione africana, è difficile farlo. Più di recensioni positive, sono lieto di ricevere un piccolo riconoscimento dai miei colleghi e dal pubblico. Faccio le mie cose senza cercare di copiare nessuno. La mia ambizione è dare il mio contributo alla grande famiglia della musica elettronica. Le recensioni negative sono spesso interessanti, specie quando criticano il mio operato in modo costruttivo. Credo che ciò possa aiutarmi a migliorare. Realizzare una colonna sonora è, di sicuro, uno dei miei sogni.

Qual è il tuo approccio al remix? Che cosa si prova, invece, a riceverne uno?

È sempre un onore per me, quando un artista si rivolge a me. Ognuno ha aspettative diverse quando chiede un remix, ma, per me, vuol dire che l’altro artista rispetta il tuo lavoro e sia intenzionato aggiungere il tuo tocco personale alla sua traccia. Quando realizzo un remix per qualcuno, questo rispecchierà, al netto del brano originale, il mio tocco africano. Sono curioso di sentire quello che i miei colleghi si accingono a fare con le mie tracce. Ce ne sono alcune che sono davvero difficili da remixare e il loro prodotto ultimo rischia di essere troppo vicino al brano originale. Così, a volte, cerco di cambiare la traccia in un modo radicale, per ricevere, magari, una proposta diversa. È ciò che è avvenuto, ad esempio, con il remix di Joe Claussell per la mia Ayoka.

Hai una specie di rapporto speciale con Mule Musiq, giusto? L’etichetta giapponese ha pubblicato circa metà delle tue produzioni e lo stesso Kuniyuki Takahashi si è, spesso, dedicato a remixare con successo alcuni tuoi brani.

Nel 2007, cercai un approccio con Toshiya Kawasaki, il boss della Mule Musiq, proprio mentre avevo iniziato a produrre con una certa costanza. Non mi diede peso in un primo momento, così decisi di avviare la mia propria etichetta, Baobab Music, al fine di rilasciare la mia musica. Tutto decollò in maniera abbastanza veloce, specie in Giappone, e questa volta fui notato dallo stesso Toshiya Kawasaki qualcosa come un anno dopo il mio primo contato con lui. Stavolta era interessato a pubblicare la mia musica. Ed è così che è cominciato il mio rapporto di lavoro con la Mule Musiq.

Forse è giunto il momento per Baobab Music di aprirsi al mondo e ricevere demo.

Sì, mi piacerebbe produrre altri artisti. Per questo motivo, ho creato un’etichetta gemella chiamata Baobab Secret, gestita da Carole Raddato. Utilizziamo questa piattaforma per rilasciare remix di altri artisti o collaborazioni. Siamo un’ottima squadra, sempre alla ricerca di che si possa adattare all’etichetta senza pensare a una qualche forma di business. Colui che invia un buon demo, e che soddisfa i nostri criteri d’ascolto, avrà buone possibilità di essere rilasciato dalla nostra label.

Qual è il rischio che corre chi si affaccia oggi come produttore?

La mia speranza è che la gente che entra a far parte di questo mondo manifesti una mentalità aperta su diversi tipi di musica e culture. Troppe persone non fanno altro che copiare tutto ciò che è di moda, senza provare a essere un minimo originali.

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