Adriano Zanni – Disappearing

Adriano Zanni – 'Disappearing' (2017)

È personale, autobiografico. Un riassunto e, allo stesso tempo, una specie di testamento. Racconta del tempo, delle scadenze, della fine, di viaggi e di come far i conti con la scomparsa. Un compromesso fra speranza e rassegnazione.

Un’istantanea di una giornata di pioggia. Gli alberi spettrali. I colori dell’autunno. L’atmosfera cupa e minacciosa. Che cosa c’è alla fine della strada? Una domanda priva di risposta. Un titolo come “Disappearing” (2017) descrive il progressivo dissolversi dell’essere. Una testimonianza dell’invisibile, o una fotografia in note a cura del field recordist Adriano Zanni, già Punck, rilasciato dalla Boring Machines, la medesima etichetta che ha pubblicato sia l’ultimo e lontano “Piallassa (Red Desert Chronicles)” (2008) che il più recente “Falling Apart” (2017), un 7” per riprendere a passeggiare, con sguardo vigile, su un certo cammino sonoro, interrotto, forse, sul più bello.

Oltre l’iconica copertina, il miglior modo per approcciarsi a quaranta minuti di musica, “Disappearing” è un’opera meditabonda, minimalista, a tratti straniante. Analogico e digitale concorrono in egual misura alla rappresentazione mentale di un ambiente rarefatto, spesso, dominato dall’oscurità, la stessa che incombe su chi si addentra nei boschi sul far della sera. Un attimo primo di ‘scomparire’ nel verde più torbido. I cinque segmenti di Adriano Zanni un invito alla fuga da qualcuno o da qualcosa, se non dalla vita. Sottrarsi alla vista altrui o ricercare l’oblio, o soltanto un rifugio, lontano dalle inquietudini di una realtà opprimente. Un ulteriore quesito di difficile soluzione.

L’album, abilmente masterizzato da Giuseppe Ielasi, prende il via con Dreams And Falling Trees, introdotta da un fiume di parole. Sussurrate nel buio generale. Con delicatezza. L’iniziale alone di mistero del lato A è scandito da sporadiche gocce di pioggia. Una sorta di formula magica di streghe devote agli spiriti della natura. A lungo e in primo piano. Un lento straziarsi tra crepitii e scricchiolii. Inesorabile il crescendo di rumori di fondo, destinati a ingigantirsi in un bordone ritmico. Il suo esaurirsi coincide con l’incedere altrettanto imponente della più diretta, se non compatta, finanche industrial, About The End, Without Beginning. Clangori risuonano nel vuoto.

Un nuovo sample vocale, collocato stavolta alla sua conclusione, l’interrogativo in inglese da cui ripartire. L’avvio del lato B è in punta di piedi con What Is Left. Lievi e costanti pulsazioni. Echi e frammenti di voci. Come fantasmi, destinati a comparire all’improvviso, monito del passato o presagio per il futuro, interrompendo l’onda lunga di una stasi soltanto apparente. La successiva In The Distance si avvale di alcuni field recording, alternati ai contributi di Alessandro Calbucci alla chitarra, ideale cesura per avvicinarsi a Disappearing (The Last Trip). La traccia più breve del lotto. La più ellittica. O la più allucinante. Quando cala silenzio. Lo stesso degli ultimi dieci anni.

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