A Special Effect Without A Story Is A Boring Thing

Modula

Field recordist, sound designer per cinema e televisione, storyteller affetto da una certa retromania. Un passato techno a Londra, un presente house a Napoli, in orbita Periodica Records, e un futuro ancora nel mondo della musica, a prescindere dai generi. Modula, all’anagrafe Filippo Colonna Romano, è un artista brillante, eclettico in studio e, soprattutto, dal grande potenziale, pronto a far leva sia sugli studi in terra d’Albione che sulla propria passione. Raccontare o rielaborare in note sogni o storie è la sua missione.

In che modo ti si avvicinato alla musica?

Ero piccolo, forse, un po’ immaturo. Mi appassionava la techno. L’ho sempre amata, ma quella a stelle e strisce. Quando il fenomeno minimal è stato all’apice, continuavo a preferire le sonorità d’oltreoceano. Acquistavo i primi dischi, cominciavo a esibirmi come dj, frequentavo i party, insomma, ero destinato ad avvicinarmi un passo alla volta verso la produzione di miei brani. Senza dischi all’attivo diventava abbastanza difficile ottenere date: una consuetudine ancora oggi tristemente diffusa nel mondo della notte. Naturalmente, nessuno mi ha mai costretto a impegnarmi in tal senso, ma capii da solo che sarebbe stato importante anche per me. Ho scoperto un’altra attitudine. Oggigiorno sono maggiormente impegnato in studio con la mia musica. Provo forti emozioni, non c’è niente di più soddisfacente che ‘creare’ qualcosa di proprio dall’inizio alla fine.

Il passaggio successivo è stato trasferirsi a Londra.

L’evoluzione vera è, infatti, legata al mio periodo a Londra, dove ho trascorso gli ultimi sette anni. Lì ho conosciuto Fabio Agostini, Marco Palomba, gli attuali organizzatori del ciclo Soul Express, impegnati in passato con altri eventi house. È successo qualcosa in me. Ho preso le distanze dalla techno, avevo bisogno di confrontarmi con qualcosa più stimolante, anche da un punto di vista prettamente stilistico. L’ascolto della musica house mi ha spinto a sperimentare nuove sonorità, le stesse ascoltabili tra le pieghe dei miei lavori su Rawax, Tief Music e Stay Underground It Pays, che fotografano la mia fase di transizione. Non ero consapevole della direzione che avrebbe preso la mia arte. L’incontro con Dario Di Pace è stato un altro momento clou. Mi ha aiutato a inseguire il mio interesse per eccellenza. Sono un grande appassionato di cinema e di televisione. Negli anni Novanta, ho trascorso giornate guardando i film del decennio precedente.

Ho voluto abbracciare il revival disco, raccontando un certo tipo di storie attraverso la mia musica. L’esperienza londinese è stata decisiva per il mio nuovo corso. Mi ha aperto la mente, se fossi rimasto a Napoli non avrei potuto scoprire determinate cose, ma mi ha anche ‘consumato’ molto. Il mio carattere si è formato lì. Mi sono laureato in tecnologia del sound design presso l’University of Hertfordshire. Ho imparato terminologie, a padroneggiare strumenti e, soprattutto, ho incontrato professori che mi hanno suggerito approcci diversi alla materia musicale. Uno nello specifico mi ha ‘cambiato’ più di altri, cioè Larry Siler, il cui nome è presente sul retro di “Alba – Tempesta – Notturno” (2017), il mio 12” su Tartelet Records. Si tratta di un noto sound designer, video editor e professore alla National Film & Television School, un istituto che avrei dovuto frequentare. Di solito, si tende a identificare il sound designer con colui che è in grado di realizzare suoni accattivanti, ignorando, invece, la profondità propria dello storytelling. È, invece, importante ogni dettaglio, serve a esprimere una determinata sensazione.

“Alba – Tempesta – Notturno” è stato un singolo davvero singolare.

In principio, non esisteva alcuna delle tracce del 12”, ma soltanto un flusso di musica. La mia intenzione era dare corpo a quest’ultimo, suddividendolo in tre momenti legati tra loro dalle registrazioni ambientali effettuate durante il mio viaggio a Cuba. Era, praticamente, immediato procedere con la rappresentazione di una giornata tropicale, evidenziandone i punti salienti, nel rispetto dell’insegnamento di Larry Siler, ovvero registrare tre ore di materiale e, durante l’ascolto, focalizzarsi su quei momenti più ‘drammatici’. L’idea definitiva mi è venuta mentre ero in una vasca da bagno. E, nel frattempo, ascoltavo “Sounds Of A Tropical Rain Forest In America” (1960), una compilation su Folkways Records abbastanza famosa tra gli appassionati di field recording. Mi colpirono i versi di alcuni animali: un sound così caratteristico da sembrare quasi innaturale. Ho riflettuto molto sull’essenza dei singoli brani, perché il mio lavoro non doveva essere una mera registrazione ambientale, ma una rappresentazione sintetica di un alba, di una tempesta e di un notturno, facendo leva sulle mie conoscenze pregresse. Ho, quindi, riascoltato le registrazioni originali e mi sono concentrato sul ricreare determinati suoni con vari strumenti che ‘richiamano’ quei momenti della giornata. Era fondamentale che la mia creazione riflettesse quella c.d. ‘non naturalità’. Il mio intento finale era dimostrare che, a volte, il reale può non essere reale e viceversa.

Nel quadro del tuo percorso, in divenire, quali artisti ti hanno influenzato di più?

I miei riferimenti sono Harold Faltermayer e John Carpenter, la loro musica ha costituito un po’ la base delle mie produzioni. Ho apprezzato anche l’opera di compositori nostrani quali Stelvio Cipriani e Detto Mariano. Difficile, invece, nominare uno o più registi. Sono fan di vari generi cinematografici, dovrei segnalare un nome per ognuno. Preferisco citare più una maschera quale il ragioniere Ugo Fantozzi, interpretato da Paolo Villaggio. Mi piacciono i vari film della saga, possono apparire semplici, ma hanno un grandissimo significato, messa in scena dell’esasperazione propria dell’italiano medio e del mobbing subito dal protagonista. Anche le colonne sonore erano interessanti, ricordo con piacere quelle composte di Fred Bongusto.

Quando una traccia può dirsi completa?

A volte, qualcuno me lo deve dire. Naturalmente, amici quali Dario Di Pace, Enrico Fierro e Raffaele Arcella, cioè The Mystic Jungle Tribe, sono i primi ad ascoltare i miei brani. È una forma di rispetto nei confronti dei membri del nostro gruppo. Prima di pubblicare qualcosa, ne discutiamo sempre insieme. Inoltre, può accadere che necessiti di giorni per prendere una decisione. È difficile stabilire cos’è necessario aggiungere a una traccia, spesso, è un qualche elemento che, semplicemente, garantisce una fluidità musicale. Il vero obiettivo è finalizzare lo storytelling, m’interessa in misura maggiore.

Che cosa hai scoperto registrando i tuoi brani?

Non si finisce mai d’imparare. Nel corso del tempo, ho fatto mia la creazione di differenti concept e ho imparato a reinterpretare i miei pensieri attraverso la musica o alcuni field recording. Non sono un tastiera e neppure un batterista, perciò c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, magari per conferire un’altra enfasi a questo o quel brano.

C’è un legame tra improvvisare e sperimentare?

Sì, l’improvvisazione nasce dalla sperimentazione. È un cane che si morde la coda. Sperimentare vuol dire anche improvvisare. Sperimentare è un parolone, si tratta di fare qualcosa sopra le righe. Sperimentare è un gesto finanche ponderato, che richiede mesi, giorni, ore. Sperimentare non significa, però, creare necessariamente un che di originale. Ormai è stato già fatto di tutto. Difficile immaginare che possa davvero esserci qualcosa di nuovo. L’eterno ritorno è costante. L’improvvisazione avviene in una frazione di secondo, è legata a doppio filo a un’attività, a una vera e propria performance dal vivo.

È più importante ciò che prova il pubblico o ciò che intendi comunicare?

L’importanza è la stessa. Di fronte a un pubblico sono, almeno in partenza, motivato a esprimere me stesso. Se, però, il pubblico non risponde ai miei stimoli sonori, tutto si complica. Dovrebbe instaurarsi uno scambio di energia, se non di emozioni reciproche, tra pubblico e performer di turno. A volte, è necessario capire dov’è che si sbaglia.

Hai un certo modus operandi in studio?

Cerco di organizzarmi con un po’ di anticipo. Ciò significa che per realizzare un determinato suono utilizzerò soltanto alcuni strumenti. Quando entro in studio, non attivo simultaneamente i sintetizzatori e le drum-machine. L’importante è essere coerente con se stesso e, soprattutto, con la tematica stabilita. È giusto affiancare la Roland TR-606 alla Roland TR-707, in modo da ricreare un certo feeling anni Ottanta: tale associazione di strumenti si verificava accadeva anche all’epoca. In buona sostanza, provo a immedesimarmi, un po’ come è solito fare il trio The Mystic Jungle Tribe.

Gli artwork di “Alba – Tempesta – Notturno” e “Autostrada Galattica” (2017) proiettano l’ascoltatore in un mondi altri. L’immagine ha la meglio sulla musica?

C’è il rischio, viviamo in un’era in cui domina l’apparenza. Alcuni musicisti non si rendono conto della scarsa qualità dei loro lavori. Sopravvalutarli significa ricorrere anche a immagini accattivanti, specie se a cura di disegnatori e grafici, per ingannare il pubblico.

Quali differenze musicali sono riscontrabili all’interno della tua discografia?

È palese che un nuovo ascoltatore individuerebbe certi cambiamenti nel mio sound. Il contenuto dei miei primi 12” è differente rispetto quello dei lavori più recenti. Cambiare nickname poteva essere una possibilità, ma non è stato necessario. Non c’è nulla di cui vergognarsi. I singoli degli scorsi anni fotografano un momento di transizione, in cui non avevo le idee chiare. Quattro anni fa ero più ‘affamato’, la mia intenzione era quella di pubblicare un disco a tutti i costi. Non riflettevo bene sul da farsi, avevo voglia di emergere. È normale che l’house di “Omicron Ballad EP” (2014) appaia diversa dalle atmosfere downtempo di “Alba – Tempesta – Notturno”, un singolo che deve molto anche ad alcuni suggerimenti e interventi di Whodamanny, che mi raggiunse a Londra per ultimare l’arrangiamento e il missaggio dello stesso. In definitiva, mi auguro che un ascoltatore possa riscontrare la ricercatezza del suono, un tratto comune con il passato, quando ero molto istintivo. Ho rallentato il mio agire, dedico più tempo a ogni progetto.

Il confronto con The Mystic Jungle Tribe, Fabio Agostini e altri ti ha permesso di cogliere qualche tua debolezza? Che cosa hai imparato dalle esperienze di gruppo?

Il continuo scambio di idee con loro mi ha consentito di dedicarmi maggiormente alla musica, prediligendo un approccio più sereno e ragionato. Ho smesso così di impormi deadline da rispettare e architettare strategie per fare in modo che qualcuno pubblichi le mie tracce. Tutto ciò era un’enorme fonte di stress, che influiva in negativo sul risultato finale. Non riesco a chiudermi in studio per cinque giorni consecutivi. Ho bisogno di dedicare tempo a miei progetti. E così ho imparato ad accettare anche critiche altrui in maniera costruttiva. Ho grande stima di Dario Di Pace, un po’ un guru, conosce bene sia la materia musicale che tutto ciò che gravita intorno a essa. Una sua critica può essere importante, perché è al di là del gusto personale. Un produttore esperto come Mystic Jungle è sempre pronto a ‘interrogarti’ sulle tue scelte concettuali e sul tuo feeling in relazione a questo o quel suono. Riesce, di solito, a sincronizzarsi con l’agire altrui. Mi ha indotto a riflettere ancora di più. I suoi feedback sono stati utili.

L’album “Autostrada Galattica”, via Bordello A Parigi, è stato un punto di partenza?

Sì, è stato il mio primo lavoro concettuale. Da quel momento ho cominciato a ‘vedere’ la musica. Può sembrare assurdo, ma durante la creazione di un brano non è coinvolto soltanto l’orecchio, che apprezza a o meno un determinato sound. Un istante prima di ciò c’è la visione dell’immagine che ho deciso di ricreare attraverso un giro di basso o altro. Scegliere, ad esempio, quale melodia adottare è un’operazione complessa, che fa riferimento a un’ulteriore immagine scolpita nella mia mente. Poco dopo subentra l’autocritica, per poter apportare qualche correzione ad hoc, in ossequio delle mie visioni. Negli scorsi anni avevo, invece, abbracciato gli stilemi del filone house, privo di quella profondità odierna in termini di scenari. Era più un tentativo di scimmiottare le produzioni altrui. Non sono nato a Chicago, non ho mai vissuto lì, non è facile imitare lo stile di chi è già radicato su quel territorio e imbevuto di una certa cultura. Preferisco dedicarmi a una musica più vicina alle mie esigenze espressive, italiana a tutti gli effetti. “Autostrada Galattica” ha un retroterra persino electro, ma con un approccio nostrano.

I titoli delle sue tracce rimandano a un che di fantascientifico e cinematografico.

La storia di “Autostrada Galattica” è frutto di un sogno. Non è uno scherzo. Durante una notte ebbi solo l’ispirazione generale, non riferimenti precisi come, ad esempio, i titoli dei brani. Era un periodo in cui avevo passato in rassegna vari film della saga inaugurata dal primo “Alien” (1979) di Ridley Scott. Avevo rivisto anche “L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro” (1971), lungometraggio di debutto di George Lucas. Furono film del genere a stimolare il mio sognare. Alla base dell’album c’è il Risveglio Criogenico di una misteriosa creatura, la cui astronave è in Rotta Di Collisione con un Pianeta Ritrovato su cui si verifica una Curiosa Scoperta. Le tracce successive ne completano l’iter. Esplosiva Spiagge Solfuree, più malinconica Inaspettata Partenza, con Troy Shanks alla chitarra.

Quale il motivo che ti ha spinto a intitolare un album “The 780’s Chronicles” (2017)?

La tracklist del 10” è composta da cinque tracce prive di titolo, nate come semplice ‘passatempo’, avevo da poco terminato “Autostrada Galattica”. Una volta individuato il loro potenziale, ho provato a svilupparle al meglio, consegnandole all’etichetta Firecracker Recordings. C’è, però, un aneddoto a riguardo. Mentre ero a Londra, mi telefonò Whodamanny, raccontandomi, con punte di fanatismo, di una tastiera che gli interessava e che, ovviamente, potevo acquistare in loco. E così è andata, ne ho acquistata una per me e l’altra è all’interno del West Hill Studio. Così come Raffaele Arcella, mi definisco un po’ feticista nei confronti degli strumenti. Sono, inoltre, un appassionato di sintesi audio, quindi, cominciai da subito a sfogliare il manuale della tastiera e a fare le prime prove. Notai che aveva qualcosa di caratteristico.

Nel mio background, inoltre, non c’è solo il cinema di qualche decennio fa, ma anche i videogiochi. Durante lo stesso periodo, avevo ricominciato a giocare con classici vintage quali “Wolfenstein 3D” (1992) o “Doom” (1993). Fu così che cominciai a creare nuove musiche d’accompagnamento. Una volta ascoltati i vari brani, stavolta non legati ad alcuna esigenza di storytelling, mi resi conto che necessitavano di un perfezionamento in termini di batteria. Una sera al West Hill Studio fu ancora una volta Whodamanny ad aggiungere quel qualcosa in più che mancava, guadagnandosi un meritato credito per “The 780 Chronicles”. L’album successore di “Autostrada Galattica” è da considerare, dunque, più un feticcio di sintesi audio con una spiccata matrice stilistica disco.

I tuo dischi sono stati rilasciati da label straniere. Sei stato snobbato dalle italiane?

No, è soltanto una casualità.

Ti aspettavi una risposta così positiva da parte di blogger, critici, fan?

Mi ha fatto molto piacere, significa che ho lavorato bene fino a questo punto, sia in termini musicali che di storytelling. Probabilmente, ho intrapreso la strada giusta.

Quale sarà il prossimo passo?

Continuare a fare musica, narrando storie o meno. Mi piacerebbe anche avviare un progetto più ‘leggero’, meno concettuale, sono pur sempre un dj nell’animo. Ho in programma, inoltre, una serie di release, presumibilmente, in 7” a cura di Periodica Records, che racconteranno le vicende del commissario La Bella in scia a un sound tipicamente ‘poliziottesco’ anni Ottanta, magari con un fumetto allegato come insert.

C’è un sogno nel cassetto?

L’ho realizzato da poco, ritornando a Napoli. Vivo la città dopo tanta nostalgia, in compagnia dei miei amici e della mia fidanzata. Questo era il mio sogno, ora posso concentrarmi sul prossimo. Ognuno va vissuto. A volte bisogna fermarsi e gustarselo.

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