A Real House Head

Lawrence

Lawrence ha mosso i suoi primi passi nel mondo della musica elettronica circa quindici anni fa. Il passaggio dal semplice ascolto dell’house a stelle e strisce alla produzione in studio ha innescato vari processi creativi e illuminato una fortunata carriera. Un crescendo compositivo di cui neanche egli stesso è in grado di prevedere gli sviluppi futuri. La gestione di un’etichetta come la Dial ha, poi, definitivamente suggellato la sua ascesa internazionale. All’interno dell’intervista, Peter M. Kersten racconta dei suoi inizi e, soprattutto, della fertile offerta musicale della sua città, Amburgo, ponte fra suoni di differenti continenti che, in maniera inevitabile, hanno finito per influenzarlo non poco.

Uno dei tuoi primi album, “The Night Will Last Forever” (2005), è stato, forse, quello che ha attirato più attenzioni. Chi era, però, Lawrence in principio?

Quando il mio primo album è uscito nel lontano 2000, ero già all’interno della musica da club da oltre dieci anni. Ed ero totalmente coinvolto dall’house e dalla techno, ma l’avvio di una produzione musicale mi ha aiutato a riflettere su altri tipi di esperienze: sono stato influenzato dal jazz e dalla classica, così come da arte, natura e vita urbana.

Durante gli stessi anni, hai adottato l’alias Sten, semplicemente la metà del tuo cognome. Hai messo a tacere quest’identità più minimal dopo l’album “The Essence” (2008). È da considerare un’esperienza conclusa?

Ci saranno ancora un sacco di uscite sia come Sten che come Lawrence. Amo la musica semplice, ma non mi importa più tanto dei nomi.

Il tuo successo coincide con una qualche ambizione?

No, affatto, l’ambizione non è legata al successo. Il mio eterno amore per la musica non verrebbe meno neppure se fossi in prigione per il resto della mia vita. Dopo aver prodotto così tanti tipi diversi di sonorità, definirei ogni singola opera come una sorta di punto di arrivo. Alcune di loro durano solo pochi istanti, altre lo sono per sempre.

Alcuni brani ambient sembrano essere perfetti per pellicole di diversi generi. Hai mai pensato alla possibilità di realizzare una colonna sonora?

Le colonne sonore rappresentano il culmine della produzione per un artista. Ne ho un sacco tra le preferite. Essere un cinefilo è, forse, un motivo per cui alcuni miei lavori suonano come se fossero parte di un film. Mi piacerebbe produrre una soundtrack, magari per Werner Herzog o Harmony Korine, o per qualche anime di Hayao Miyazaki.

Una decina di tuoi 12” sono stati rilasciati in soli tre anni. È il giusto marketing?

L’avere una grande produzione e il realizzare un sacco di singoli sono pratiche dettate più che altro dall’impazienza altrui, piuttosto che dalla mia rapidità. Sono convinto che il formato album sarebbe la soluzione migliore per tutti.

Nella tua ormai lunga carriera non c’è mai stato spazio per collaborazioni con altri artisti. Che cosa hai imparato nell’essere solo in studio?

Produrre musica è un processo intuitivo, è difficile condividerlo con altre persone. Non ne faccio un discorso tecnico, soltanto sonoro. È per questo che non mi presto a collaborazioni. C’è un progetto con Christian Naujoks e RVDS, suonare un po’ di musica in modo dilettantesco: siamo in sintonia e ciò è la cosa migliore.

Hai remixato tracce per artisti molto diversi fra loro. Qual è il tuo approccio al remix? E che cosa provi, invece, ad ascoltare un tuo brano ristrutturato da altri?

Credo che non ci dovrebbero essere regole su come debba essere un buon remix. Realizzare uno è divertente proprio perché si può giocare con le sonorità e le architetture sonore di altre persone. Personalmente, preferisco poi affidare le mie migliori tracce ad artisti di qualità per mantenere alto il nome di Lawrence. La maggior parte di coloro i quali hanno remixato i miei brani sono amici o persone che apprezzo, quindi, è sempre stato assai piacevole ricevere qualcosa in cambio da loro.

In che modo la scena dance tedesca ha influenzato la tua visione musicale?

Dalla fine degli anni Ottanta, il locale chiamato FRONT è stato il punto di partenza per me: qui ho scoperto l’house, la prima techno, l’acid house. La maggior parte della dance americana mi ha influenzato. Molto più di qualsiasi componente tedesca. Naturalmente, la città è diventata più internazionale con l’arrivo di generi come shoegaze rock e hip hop. Nonostante ciò, all’inizio, ero davvero in fissa con l’house.

Sei co-proprietario della Dial e della Laid. Ci sono demo sulla tua scrivania?

Al momento non ne ascolto nessuno, mi dispiace tanto! Naturalmente, a eccezione delle tracce prodotte dagli amici. Chiunque può avviare da solo un’etichetta, non è più un grosso problema. C’è tanta musica in giro, io voglio conservarne il suo lato più gioioso.

È calato il sipario sulla minimal. Dial sarà costretta a rivedere i suoi piani?

Ciò che trovo grandioso della Dial è che non ci siamo mai prestabiliti di raggiungere un determinato obiettivo. Lo scorso anno abbiamo rilasciato tre album dai contenuti completamente diversi: quelli di Christian Naujoks, Ursprung e Phantom/Ghost. Inizieremo il nuovo con uno di Queens e un altro di John Roberts. Sono sempre l’emozione e l’imprevedibile a mantenere viva la nostra etichetta come una famiglia. Al momento non ho alcun progetto e non so neppure cosa riserverà il futuro.

Nel corso del tempo, hai maturato un certo rapporto con l’etichetta giapponese Mule Musiq e sei stato anche assai coinvolto nella Smallville Records, giusto?

Toshiya Kawasaki, che gestisce Mule Musiq, mi ha invitato a suonare in Giappone sette anni fa. Da quel momento, siamo diventati molto amici. Periodicamente, vado in tour in Giappone con alcuni amici come DJ Koze e Superpitcher. L’ultima volta mi ha seguito Christopher Rau. Julius Steinhoff e Just von Ahlefeld sono, invece, i miei compagni della Smallville Records. Nel 2006, insieme anche a Stella Plazonja e Stefan Marx, abbiamo fondato il negozio di dischi e l’etichetta.

Il minimo comune denominatore tra Dial, Mule Musiq e Smallville Records può essere la raffinatezza delle copertine proprie di numerose release. Nell’era digitale, qual è il loro ruolo? Identificare il prodotto come qualcosa di unico?

Preferisco una copertina vera piuttosto che un’immagine qualunque on-line, sono necessarie alcune buone linee estetiche sul web. La bruttezza di certi siti mi fa star male. L’immagine conta ancora nell’era digitale, forse anche più di prima.

A questo punto, la domanda è inevitabile: preferisci l’analogico al digitale?

Nessun problema con il digitale. Amo ascoltare un bel disco in vinile, ma non porterò mai il mio giradischi in vacanza. Non voglio apparire come un nerd dell’analogico. Certo, il sound è migliore, ma c’è di tutto all’interno del mio studio: alcuni macchinari inusuali, gli steel drum, un software come Reaktor. È questo il punto di partenza per creare musica.

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